Salwa Mikdadi, Professoressa associata alla NYU Abu Dhabi

Schermata 2015-10-29 alle 15.06.14Ponte tra l’Occidente e il Medio Oriente, tra pensiero globale e azione locale, Salwa Mikdadi è attualmente professore associato di Storia dell’Arte presso l‘NYU Abu Dhabi. Nata nel 1948 da genitori palestinesi, Mikdadi è cresciuta tra il Kuwait e Gerusalemme e ha studiato a Beirut e negli Stati Uniti. Stabilitasi a Berkeley, nel 1988 ha fondato la prima iniziativa che abbia avvicinato l’arte araba al pubblico americano, il Cultural and Visual Arts Resource/ICWA. In seguito, è tornata negli Emirati Arabi Uniti a lavorare per il Turismo e la Cultura ad Abu Dhabi e poi come direttore esecutivo del Programma dei Beni Culturali presso la Fondazione Emirates (2009-2012). In quest’intervista, Salwa Mikdadi illustra la scena artistica mediorientale, in particolare quella dei paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione degli Stati del Golfo Persico). Dall’influenza del mercato dell’arte allo sviluppo delle infrastrutture, Mikdadi analizza forze e debolezze di questo luogo culturalmente bollente.

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Arte Contemporanea nell’Asia Occidentale

Trascrizione della conversazione in basso 

 

 

Michela Alessandrini: So che lei ha una specializzazione in storia dell’arte moderna e contemporanea del mondo arabo e lavora ad Abu Dhabi. Quali sono le sue impressioni sulla scena artistica in cui lavora? Cosa sta succedendo in questo periodo?
Salwa Mikdadi: Quello che sta accadendo qui non è più un segreto. Il mondo intero guarda a Dubai, Abu Dhabi e ai diversi paesi del CCG, oltre che agli artisti provenienti da queste zone. Quest’area non è più ai margini. Questa regione — non solo Dubai, ma anche Beirut e presto probabilmente anche il Cairo — si sta configurando sempre di più come uno dei principali centri mondiali dell’arte. Non ci chiediamo più che cosa stia succedendo, ma perché stia accadendo e perché ora.
Ma soprattutto, ci domandiamo come tutto questo stia influenzando il futuro del lavoro degli artisti emergenti e con che tipo di arte ci stiamo confrontando in questo momento. Per me è bello essere qui in questo periodo della storia.

MA: Ci dica perché, allora…
SM: Prima di tutto, stiamo assistendo alla “prima volta” in molte discipline e, in generale, in diverse aree di produzione e pratiche artistiche. Ad esempio, presto ci sarà il primo museo di arte contemporanea di livello internazionale; abbiamo assistito all’affermarsi del primo mercato d’arte nella regione, per giunta molto attivo; infine abbiamo visto l’apertura delle prime gallerie commerciali in molte città. Sto parlando dei paesi del CCG, naturalmente. Vedo che le infrastrutture stanno lentamente rispondendo al mercato dell’arte, che è invece molto veloce. All’inizio la risposta è stata lenta, ma ora vediamo sempre di più le infrastrutture articolarsi e crescere intorno al mercato, il primo a rivolgere la propria attenzione all’arte contemporanea di questa regione. Ora c’è un certo numero di organizzazioni artistiche che, a mio avviso, stanno giocando un ruolo importante nello sviluppo delle pratiche artistiche e che richiamano l’interesse di tutto il mondo. Se ne vedono a Beirut, ad esempio, al Cairo e, più recentemente, anche nel Maghreb. Noto questi cambiamenti perché ho seguito l’arte nella regione dal 1968 e, dal punto di vista storico, oggi l’interesse internazionale nei confronti dell’arte di questi luoghi è sicuramente senza precedenti.
Inoltre, dobbiamo pensare che sia l’insegnamento che il modo di esporre l’arte oggi sono più globali. Ad esempio, una situazione ideale è stata creata a Sharjah, dove la Biennale lavora a stretto contatto con musei, centri d’arte e fiere. Assistere a questa evoluzione organica è stato molto soddisfacente per me come storica dell’arte, così come per gli artisti che hanno tratto beneficio dai rapporti che si sono sviluppati. Lavorare all’Università mi permette di osservare le cose da un punto di vista strategico; posso guardare a quello che sta succedendo e metterlo in relazione a ciò che insegniamo. Ho decisamente cambiato il mio approccio alla didattica da quando ho iniziato a insegnare l’arte del mondo arabo, sia moderna che contemporanea, e ora il mio corso ha un’impostazione più globale. Mostro esempi di opere e artisti provenienti dalla Cina, da Amsterdam, da tutte le città del mondo. Questo è emozionante anche se c’è chiaramente più lavoro da fare, ma mi permette di non emarginare niente e nessuno e guardare a ciò che sta accadendo nel campo delle arti.
Non possiamo più osservare l’arte araba di questa regione come se fosse isolata dal resto del mondo, né si può considerare l’arte europea senza tenere conto di quella prodotta in questa regione. Si tratta di questioni recenti sulle quali bisogna basarsi per insegnare arte con una prospettiva più globale.

MA: Per ritornare a quello che diceva prima, mi piacerebbe che mi parlasse, da un punto di vista museologico, di come il fatto che il mercato sia sopraggiunto prima delle istituzioni artistiche abbia influenzato la scena artistica.
SM: Le infrastrutture non sono ancora sviluppate come vorremmo. Sarebbe importante avere un numero maggiore di organizzazioni d’arte indipendenti, quelle che in Occidente si chiamano spazi no-profit. Quando sono arrivata qui, il mercato dell’arte dominava la scena e mi sono sempre chiesta come il pubblico locale potesse contestualizzare ciò che vedeva all’interno di questo panorama artistico, colto nel suo insieme. Penso che questo stia cambiando. Certamente manca una critica d’arte più forte e strutturata. Si parla tanto dei critici d’arte, ma chi sono i critici d’arte in realtà? Ci sono curatori e storici dell’arte, ma non abbiamo la figura specifica del critico d’arte e questa sembra essere una questione rilevante.
Gli artisti di qui dicono che non si cono critici che possano recensire il loro lavoro e a mio avviso sarebbe necessario avere corsi accademici d’alta formazione artistica in cui la critica all’opera trovasse molto più spazio. Non possiamo dire che quest’aspetto sia pienamente sviluppato nel mondo accademico di tutta la regione. Per i nuovi musei il vantaggio di avere un mercato dell’arte sviluppato qui consiste tanto nel poter acquisire opere d’arte che nell’avere la possibilità di osservare direttamente l’arte di questa regione e studiarla. Quando il mercato dell’arte ha cominciato ad affermarsi, c’erano meno storici dell’arte che si specializzavano nell’arte della regione, mentre ora ne vedo molti di più. Ad esempio, mi viene richiesto di rilasciare interviste o di lavorare come consulente esterno all’elaborazione di tesi per i master o per i dottorati di ricerca, molto più spesso di quanto accadesse negli anni Ottanta. Mi pare che durante l’intero decennio su questo argomento ho avuto due o tre richieste in Nord America, mentre ora ne ho molte di più. Mi aspetto che tutto questo, insieme alla scrittura, alle esposizioni e alla critica delle opere d’arte, vada a bilanciare la forza del mercato.
La maggior parte del supporto qui negli Emirati Arabi Uniti viene del governo. Tutti i progetti — dalle fiere d’arte come quella di Abu Dhabi, ai tre musei e alle infrastrutture destinate a un grande settore del turismo e della cultura — sono sostenuti economicamente dal governo di Abu Dhabi. Questo ha dei vantaggi ma, allo stesso tempo, non è compensato dall’esistenza di un numero sufficiente di organizzazioni indipendenti. Per fortuna ne stanno nascendo alcune e sempre più artisti cominciano a lavorare insieme, in modo collaborativo. Ma la situazione ad Abu Dhabi è diversa, per esempio, da quella del Cairo dove, secondo le ultime stime, ci sono un’ottantina di collettivi di artisti e istituzioni indipendenti non governative. Ce ne sono molte anche a Beirut. Queste organizzazioni sono importanti prima di tutto perché crescono organicamente; in secondo luogo, perché sono piccole e quindi, non avendo molto da perdere, possono avventurarsi in progetti nuovi e audaci.
Non avendo un budget enorme, non dovendo preoccuparsi delle collezioni e di tutte quelle cose di cui devono prendersi cura i musei, risultano quindi più flessibili nel loro lavoro. Se il concetto della mostra non funziona, ne trovano subito un altro. Rispondono molto più velocemente a questioni politiche, sociali e ambientali. Sono più dinamiche, nel senso che si spostano più facilmente da un’area della città all’altra e riescono a superare più facilmente le complicazioni della burocrazia.

MA: Se dovesse descrivere con una sola parola le tendenze che nota, che cosa direbbe?
SM: Future?

MA: Anche presenti.
SM: Interdisciplinari. Credo che stiamo assistendo a un approccio interdisciplinare all’arte, vediamo la danza incorporata nelle pratiche artistiche, la danza espressiva, vediamo il teatro, la performance, la video arte, l’arte digitale… Non c’è un limite, si tratta di un approccio senza limiti all’arte.

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