Carolyn Christov-Bakargiev, Direttrice del Castello di Rivoli e della GAM (Torino)

Schermata 2016-07-21 alle 15.45.38 (2)Carolyn Christov-Bakargiev è tra i più accreditati curatori d’arte contemporanea a livello internazionale. È stata curatore della 14. Biennale di Istanbul (2015), Distinguished Visiting Professor in Art Theory and Practice alla Northwestern University, Chicago (2013-2015) e Getty Visiting Scholar (2015). Dal 2016 è Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. In precedenza è stata Direttore Artistico di dOCUMENTA (13) (2008-2013), Direttore ad interim del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea (2009), Direttore Artistico della 16. Biennale di Sydney (2006-2008), Capo Curatore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea (2002-2008) e Senior Curator del MoMA P.S. 1 di New York (1999-2001). Ha al suo attivo la curatela di importanti mostre d’arte contemporanea, tra le quali SALTWATER: A Theory of Thought Forms (2015), dOCUMENTA (13) (2012), Revolutions – Forms That Turn (2008), Faces in the Crowd (2005), William Kentridge (2004), Pierre Huyghe (2004), Franz Kline (2004), The Moderns (2003)Animations (2001), Janet Cardiff: A Survey of Works including collaborations with George Bures Miller (2001)Around 1984: A Look at Art in the Eighties (2000)Greater New York (2000).

English version here


La celebrazione ingenua della scienza applicata e la teoria Quantistica

Trascrizione della conversazione in basso


  • Una conversazione con Carolyn Christov-Bakargiev (versione integrale)

  • 2 minuti tratti dalla nostra conversazione

Tutte le immagini: Pierre Huyghe, Untilled, 2011–12. Alive entities and inanimate things, made and not made. Courtesy the artist; Marian Goodman Gallery, New York, Paris; Esther Schipper, Berlin.

Pierre Huyghe Untilled, 2011–12 Alive entities and inanimate things, made and not made Courtesy the artist; Marian Goodman Gallery, New York, Paris; Esther Schipper, Berlin.

Pierre Huyghe Untilled, 2011–12 Alive entities and inanimate things, made and not made Courtesy the artist; Marian Goodman Gallery, New York, Paris; Esther Schipper, Berlin.

Tiziana Casapietra: Buongiorno.
Carolyn Christov-Bakargiev: Salve, buonasera.

TC: Buonasera, certo. Grazie per il tempo che mi sta concedendo. Due parole sul nostro progetto che si occupa di condivisione di conoscenza utilizzando i mezzi delle nuove tecnologie di connessione globale. In questo modo condividiamo il sapere in maniera sostenibile perché possiamo collegarci continuamente con tutto il mondo a costo zero e a emissioni di CO2 praticamente nulle. Questa conoscenza che noi condividiamo attraverso le conversazioni, viene poi pubblicata sulla nostra piattaforma. Siamo collocati nel Campus di Savona, il nostro è un progetto di ricerca indipendente sulla sostenibilità e la conversazione nell’arte contemporanea; il Campus, invece, è un’eccellenza italiana per la ricerca sulla sostenibilità energetica nella Smart City. Magari un giorno mi viene a trovare e le mostro tutto questo.
CCB: Si, con grande piacere.

TC: Adesso parliamo di lei. Quando sono venuta a vedere la presentazione della mostra di Giovanni Anselmo (N.d.r. “Giovanni Anselmo” esposizione al Castello di Rivoli, 6 Aprile – 25 Settembre 2016, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria), ha usato parole bellissime. Mi ha detto “Per godere e comprendere questa mostra e la sua poeticità bisogna fare silenzio, non parlare. Si parla sempre troppo”. Poeticità è una parola che mi è piaciuta molto. Inoltre, nei suoi testi utilizza spesso la parola conoscenza, un altro termine controcorrente perché oggi c’è poco tempo per andare in profondità. Quindi, vorrei che cominciassimo da questi due termini per comprendere il suo approccio al suo lavoro. E se vuole può rispondermi in inglese.
CCB: Non uso il termine poeticità in modo difficile e astruso. Con questo termine mi riferisco a qualcosa che percepiamo come poetico e connesso alla poesia. Non si tratta della poiesis né di analizzare l’etimologia della parola; piuttosto mi riferisco a un sentimento molto semplice che rimanda a una forma di conoscenza che non può essere costituita. Lei ha colto nel segno nel dire che ho invocato il silenzio che è parallelo alla riduzione di stimoli visivi nella mostra. L’esposizione di Anselmo è caratterizzata da una riduzione del numero di parole e di stimoli visivi. Giovanni Anselmo è un artista della fine degli anni Sessanta, quindi non è un contemporaneo dei nuovi mezzi di comunicazione o delle nuove tecnologie. Non è cresciuto come nativo digitale e neanche ora è particolarmente digitalizzato. Tuttavia, apprezza il fatto di trasmettere digitalmente un’immagine in un secondo invece di spedire materialmente dall’ufficio postale una fotografia a colori, una diapositiva o un’ektachrome. In ogni caso, Anselmo ci ricorda che benché tutta questa innovazione sia fantastica, se camminiamo per strada guardando il cellulare dovremmo prestare attenzione perché potremmo inciampare, cadere e romperci la caviglia. Questo è una semplice sintesi di una persona anziana e saggia che ha vissuto molte rivoluzioni tecnologiche. La sua generazione è stata quella della distribuzione di massa del telefono e della televisione, benché queste tecnologie siano state introdotte in Italia solo a metà degli anni Cinquanta. L’aver assistito a così tanti grandi cambiamenti non l’ha portato a scadere in un’ingenua celebrazione della scienza applicata — io stessa la considero naïf essendo cresciuta con una madre archeologa.
Quando dico poetico non mi riferisco a “La Poetica” di Aristotele, ma a qualcosa che si rifà a questa particolare tipologia di conoscenza trasmessa tramite le parole. Le parole sono significanti fluttuanti e aperti, non definiti rigidamente e spesso posseggono significati onomatopeici. Esiste una sinestesia tra sensi diversi. Conoscenza non è una parola tanto antica. Ora si parla di capitalismo della conoscenza e di capitalismo cognitivo. Sono usati come sinonimi dal 1990 e spesso si parla di produzione di conoscenza. Il termine produzione è determinante per comprendere il problema dell’eccesso di informazioni e di stimoli in generale. Dal mio punto di vista è ingenuo credere che la scienza applicata rivoluzionerà il mondo. Lo farà, ma non completamente. Esistono alcune teorie sui nostri cicli circadiani. Ricordo che negli anni Novanta si sperimentavano applicazioni e software per rendere lo schermo del computer portatile leggermente più scuro di notte affinché le persone percepissero la stanchezza. Alcuni ioni presenti nella luce avrebbero indotto le persone a seguire i ritmi del proprio corpo riuscendo a dormire a sufficienza. Ma sappiamo che questi software e applicazioni non hanno funzionato. Le mie parole potranno farmi apparire contraria al progresso e all’avanzamento tecnologico, ma non è così. Penso ci debba essere un’alleanza tra le conoscenze più antiche del mondo e le ricerche più avanzate. Questo è il mio pensiero. La mia è una riflessione politica; non prendo mai le cose per buone senza prima metterle in discussione. Stavo ascoltando una delle vostre video conversazioni con una persona della Silicon Valley e l’ho trovata affascinante.

TC: Si, esatto. David Orban.
CCB: È stato questo a portarmi sul suo sito. Sono molto interessata alla ricerca più innovativa e aggiornata. Non sono contraria a tutto questo ovviamente, ma trovo che ripetiamo sempre lo stesso errore. Quando l’arte è buona arte, è caratterizzata da una sorta di scetticismo, da una tendenza alla critica verso la società e le tendenze dominanti. Oggi la tendenza dominante è ritenere che la nostra epoca sia caratterizzata dalla “produzione di conoscenza”. La pratica curatoriale — il mio lavoro — si è estesa a vari campi del sapere tra cui la biologia. Qualsiasi ricerca genetica necessiterà di curatori, che realizzino cose impossibili ai computer. Dopo che il computer ha ridotto automaticamente e con i giusti algoritmi gli esiti di un esperimento o di un test, i curatori opereranno un’ulteriore riduzione selezionando i risultati da mostrare agli scienziati. Ho visto tutto questo nei laboratori scientifici che mi è capitato di visitare in giro per il mondo, da Vancouver a Vienna. Si tratta di ricerca pura.
Non le ho propriamente risposto, ma per riassumere vorrei dire che mi interesso sia di conoscenza sia di “zone di non conoscenza”. Non sappiamo cosa significhi conoscenza, ma non ha neanche molta importanza esserne consapevoli. Perché anche se la definissimo, le parole cambiano costantemente il loro significato attraverso il tempo e i diversi contesti culturali. Qualora ne individuassimo il significato oggi in Italia, non sarebbe comunque lo stesso domani a Londra o a Dakar. Quindi non sappiamo quale sia il significato della conoscenza. Ma se ho intuito correttamente, lei sta suggerendo che si tratta di una parola antica, che implica un certo numero di informazioni. Una sorta di interiorizzazione del modo di agire che un essere umano esercita attraverso il libero giudizio e libertà di scelta. Questo è il sapere, ovvero un’antica e filosofica definizione della conoscenza. Spesso la conoscenza viene identificata con chi possiede il maggior numero di dati e strumenti utili per analizzarli. Ma in questo caso non si tratta esattamente di conoscenza intesa nel suo senso più antico.
Sia che si tratti del suo significato antico sia di quello nuovo, il problema con la “produzione di conoscenza” riguarda la parte legata alla produzione. Sono sempre stata molto vicina all’arte e agli artisti: innanzitutto all’Arte Povera, a John Cage e ad artisti contemporanei come Pierre Huyghe. Questi artisti parlano di “zone di non-conoscenza” e sono favorevoli a zone dell’impossibilità di una conoscenza costituita. Si tratta di una reazione politica contro una forma di capitalismo avanzato, non necessariamente al servizio della gioia.
Un altro termine che uso spesso è fiorente e lo utilizzo in riferimento alla vita rigogliosa del pianeta. Non credo assolutamente che non si possa nutrire il pianeta senza gli OGM. Si tratta di una bugia. In tutti i miei viaggi in giro per il mondo mi sono stati mostrati grandi campi di cotone e di mais OGM coltivati per produrre gas ed energia e non destinati alla nutrizione umana. Conosco molto bene il problema degli OGM in relazione al collasso delle biodiversità. Non credo che questa rivoluzione tecnologica nell’era digitale sia finalizzata solo al bene dell’umanità. Penso sia anche una strategia per schiavizzare l’umanità, per incrementare il profitto e concentrare la ricchezza. Comprendo però la ragione per cui lei ha usato spesso la parola sostenibile nell’introdurre questa conversazione. Dieci anni fa pensavo “sostenibile” fosse un termine corretto, ma ora trovo sia molto problematico perché il più delle volte si riferisce a una sostenibilità di tipo economico. Un museo non è sostenibile perché non ci sono abbastanza visitatori, biglietti venduti e fondi per trasformarlo in un’impresa privata. Chi ha detto che i musei dovrebbero essere un’impresa privata, produrre profitto e autosostenersi? Questo si contrappone alla storia dei musei. Chi ha detto che il servizio sanitario dovrebbe autosostenersi attraverso le polizze assicurative? Ovviamente non sono comunista visto che questo termine rimanda a una concezione del mondo ormai sorpassata, basata sulla conoscenza e sulla produzione umana e implica il principio dello stacanovismo. Questa concezione riguarda anche il modo in cui si condividono profitto, proprietà e mezzi di produzione, ma non affronta il tema della condivisione del pianeta con tutte le altre specie viventi. Non sono comunista, ma sono preoccupata del crollo di una specifica prospettiva socialista riguardo al modo di gestire e usare le cose. Noto un disastro nelle università con il collasso delle scienze umane che diventano interessanti solo quando conducono alla cosiddetta “produzione di conoscenza”. È come nel film “Matrix” dove gli schiavi producono informazioni che verranno poi convertite in intrattenimento. In questa concezione di privatizzazione, le scienze umane vengono utilizzate solo per una gestione del tempo libero. Questo è il mio punto di vista sull’intera questione. Per questa ragione non uso più la parola sostenibile.

TC: Si, ma io usavo questo termine per dire che con radicate riusciamo a coinvolgere nel progetto persone che lavorano in diverse parti del mondo proprio grazie alle nuove tecnologie senza le quali non avremmo la possibilità economica di poter procedere con questo scambio di conoscenza.
CCB: Si, lo capisco bene e si tratta dell’altra faccia della medaglia. Ovviamente non sono contro l’era digitale, sarebbe folle dal momento che se ne fossimo privati non saremmo più in grado di realizzare alcuna ricerca in ambito scientifico o umanistico. Si tratta di un contributo enorme che ha rivoluzionato la ricerca nelle scienze umane. Quando lei parla di condivisione di conoscenze significa che prima, per poter studiare E, c’era bisogno di qualcuno che conoscesse A, qualcun altro che conoscesse B e un altro ancora che conoscesse C. Era davvero difficile scoprire A, B e C affinché si potesse accedere direttamente allo studio di E. Invece negli ultimi dieci, quindici anni, a partire dai primi anni Novanta, i ricercatori di tutto il mondo in ambito scientifico e umanistico hanno iniziato a interagire e a collaborare. In questo modo si possono ottenere velocemente A, B e C arrivando poi alla propria area di ricerca, cioè D o E. Quindi si, comprendo che non è tutto negativo. È come discutere dell’invenzione dell’orologio. Quando l’hanno inventato dopo la meridiana, non si trattava di un fatto di per sé negativo perché aiutava a misurare il tempo. Basti notare cosa è accaduto con i cristalli e il modo in cui hanno influenzato il movimento all’interno di qualcosa; o prima ancora, nel 1500, 1600 quando si è introdotta la possibilità di ricaricare manualmente un orologio. Ovviamente è fantastico poter fissare un appuntamento; ma ogni sviluppo tecnologico nasce per realizzare un dispositivo protesico che migliori le nostre capacità. Un altro esempio è la calcolatrice che è stata inventata per aiutarci a calcolare molto velocemente. Era complicato stabilire con esattezza che ora del giorno fosse ed è per questo che abbiamo inventato gli orologi. Ma allo stesso tempo ogni invenzione porta con sé la perdita di un’abilità. Nel momento stesso in cui si realizzano delle protesi per potenziare le nostre competenze, altre capacità si atrofizzano. Ho un compito nel mondo in quanto scettica; io sono scettica proprio come lo sono stati Sesto Empirico o Pirrone di Elide. Non sono una persona vecchio stile, sono solo scettica. Per fortuna, ci sono stati gli scettici nel corso della storia. Michel de Montaigne non era vecchio stampo, era uno scettico. Descartes non era scettico, Friedrich Nietzsche invece lo era. Gli scettici sono molto utili perché svolgono la funzione di avvocato del diavolo e vedono l’altro lato delle cose.

TC: Si, certo.
CCB: Sto osservando come l’atrofizzazione si verifichi in concomitanza con questa creazione di protesi. È vero, possiamo realizzare questa conversazione, possiamo vedere le sue conversazioni ed è fantastico e non sono nemmeno necessarie grandi economie. Ma, studiando in modo olistico l’intera economia, si nota che più velocemente si abbattono i costi tanto più in fretta si perde in lavoro, si impoveriscono aree del mondo e parti della società. Se guardiamo al nostro piccolo mondo, è vero che possiamo creare un giornale online in maniera sostenibile, ma si deve sempre considerare l’altra faccia della medaglia. È molto importante. Per esempio, nella rivoluzione industriale abbiamo inventato macchine per aiutarci a svolgere compiti molto pesanti. Nel momento stesso in cui le abbiamo create, abbiamo messo i bambini a lavorare nelle fabbriche perché le loro dita sono più piccole e possono produrre cose che per un adulto sarebbero impossibili da realizzare. Abbiamo schiavizzato i bambini e così abbiamo dovuto creare una legislazione adeguata per difendere il loro diritti.

TC: Quello che sta dicendo è molto interessante e contraddice quanto affermato da David Orban. Lui parla della tecnologia esponenziale e del fatto che arriveremo a un momento in cui la tecnologia produrrà se stessa.
CCB: Si, questo è vero.

TC: A un certo punto non ci sarà più l’uomo che lavora, ma solo la tecnologia. I robot lavoreranno al nostro posto. Quindi ci sarà un mutamento dei paradigmi e dell’utilizzo del lavoro. Si tratterà proprio di un altro modo di vivere insieme.
CCB: Queste idee risalgono agli anni Cinquanta e Norbert Wiener e Gregory Bateson possedevano già questa concezione di cibernetica. Cibernetica vuol dire che la macchina realizza qualcosa in autonomia, si autopilota. La stessa idea di un incredibile sviluppo sostenibile era presente negli anni Cinquanta e Sessanta e la si può ritrovare anche nel Diciannovesimo secolo quando fu inventata la locomotiva. Il timore che non ci sarà più lavoro ritorna nel tempo. Ma il lavoro c’è sempre, si tratta solo di una tipologia diversa. Ma il punto è che a diventare il lavoro è quello che faccio io. A un certo punto il lavoro sarà quello che faccio io occupandomi di mostre e di arte. Per non morire di noia e per non ammalarsi fisicamente dobbiamo stimolare costantemente il nostro cervello. Avremo molto tempo libero ed è per questo che nel Ventunesimo secolo l’arte viene guardata con estremo interesse. L’industria creativa viene utilizzata per riempire il tempo delle persone e per giunta richiede molto lavoro. Per esempio, scattare fotografie o fare selfie per poi postarle su Instagram o Facebook richiede davvero molto lavoro. Puoi chiamarlo diversamente, ma di fatto è una nuova tipologia di lavoro. Si tratta di produzione di immagini che altre persone possono mettere insieme e commentare con un “Mi piace, non mi piace”. Quello che chiamiamo lavoro cambia ma il nuovo lavoro non è ancora regolato politicamente. Molti ragazzini sono addirittura alienati dai selfie e il loro lavoro non è nemmeno regolamentato.
Inoltre, tutto questo implica la perdita di molte abilità che abbiamo dimenticato. L’invenzione dell’orologio ha fatto si che solo poche persone siano ancora in grado di guardare il cielo e stabilire che ora sia, così come solo alcune persone sono capaci di accendere un fuoco. Non appena abbiamo una protesi, atrofizziamo qualche abilità. Il nostro cervello non si espande, ma si atrofizza mentre esternalizziamo le nostre competenze. È come se il nostro cervello venisse esternalizzato. È pericoloso, come nel caso dei Google Glass. Il fatto di poter scattare una foto di tutta la nostra vita atrofizza l’abilità di selezionare i ricordi. Il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività (ADHD) è fortemente aumentato tra le generazioni più giovani proprio come dieci fa abbiamo assistito a un drammatico aumento dell’anoressia. Un altro esempio sono i droni che possono portare le cose sulla soglia di casa. Si tratta certamente di un progresso ma queste possibilità non sono regolate da alcuna legislazione, neanche negli Stati Uniti.
Ma quanto possono avvicinarsi alla tua casa? Se cadono cosa succede?
È divertente perché sembra che io sia contro tutto questo, ma sto solo cercando di dire che sono informata e consapevole del fatto che ci sono bottoni e programmi sulla lavatrice che, premuti, ordinano automaticamente il rilascio del sapone. È importante comprendere che stiamo perdendo il contatto con l’aspetto concreto della vita. Sul pianeta ci sono molte altre specie che non utilizzano Internet e i cellulari, eppure le loro società ne sono state distrutte. È il caso delle api, per esempio. Numerose ricerche dimostrano come i dannatissimi cellulari stiano causando il collasso delle comunità delle api. Non è l’unica ragione del loro collasso, ce ne sono altre. Le api sono importanti proprio come i vermi perché senza vermi non esiste il terreno e senza il terreno non ci può essere né l’agricoltura né nulla da piantare, nonostante la presenza delle migliori tecnologie. I campi di OGM sono omogenei e questo vuol dire che… Questo comunque è il mio cane… Multi specie…

TC: Si.
CCB: Le coltivazioni OGM, essendo uniformi, sono molto sensibili alle malattie. Le coltivazioni tradizionali invece non lo sono, quindi le malattie uccidono meno piante. Anche la questione del capitalismo è importante. Non c’è alcuna ragione per cui i semi geneticamente modificati debbano essere sementi terminator. Ma sono stati progettati per esserlo, questo significa che non possono produrre nuovi semi l’anno successivo. Non si tratta di una necessità ma di un progetto intenzionale. Vuol dire che se venissero usati in tutto il pianeta — anche se in Italia sono illegali — per la prima volta in diecimila anni l’umanità non controllerebbe più gli strumenti di produzione del propri alimenti. Se la specie umana non dovesse essere più in grado di provvedere alla produzione dei propri alimenti, ci sarebbe una crisi finanziaria come quella del 2007 e del 2008. In quegli anni fame e sovrapproduzione di cibo coesistevano nel pianeta. Questo perché con la crisi finanziaria i prezzi si erano abbassati, i titoli alimentari erano quotati in borsa ma non potevano essere venduti. Così in tutto il mondo si è dovuto buttare via cibo proprio mentre era in corso una carestia. Questo è solo un piccolo esempio di cosa accadrebbe se privatizzassimo l’acqua. Le sementi OGM sono sinonimo di privatizzazione perché sono terminator e devono essere comprate ogni anno. Per me la ricerca più avanzata deve coesistere con la conoscenza più tradizionale e questo mio punto di vista è presente anche nella mostra “Organismi” (GAM, 4 Maggio — 6 Novembre 2016)…
Pronto?

TC: Si è interrotta la linea, Carolyn.
CCB: Il portatile si sta lamentando di quanto ho detto!

TC: Probabilmente si.
CCB: Ho visitato il laboratorio del genetista Alexander Tarakhovsky all’Università di Rockefeller a New York che mi ha mostrato una macchina utile a mappare il genoma di ogni individuo. Questo condurrà alla medicina personalizzata.

TC: Si, la medicina personalizzata.
CCB: Si ed è fantastico. Si tratta di un grande passo in avanti. Non sono contraria al progresso nella medicina occidentale, ma chiunque sappia qualcosa del corpo capisce come la combinazione di medicina occidentale e lo yoga, ad esempio, possa condurre a uno stile di vita più sano. Lo yoga si sta diffondendo in tutto il mondo. Sempre più persone praticano lo yoga o lo yoga Kundalini che connette l’energia. Lo yoga connette l’energia prana a cui si accede tramite il controllo del respiro. A sua volta il respiro controlla la mente, la stessa mente controlla quel respiro che controlla la mente. Si attivano specifiche parti del corpo secondo un determinato ordine. Partendo dal basso si va dal chakra della radice fino al chakra della corona, cioè la testa, ed è come spremere e capovolgere le cose. Tutto questo suonerà come frutto di magia o superstizione, ma non lo è se ragioniamo in termini disciplinari diversi. In particolare, mi riferisco alla fisica, ma non alla matematica applicata e nemmeno al digitale. Negli ultimi quarant’anni la branca della fisica più avanzata è stata quella della teoria quantistica. Non si può pensare alla fisica senza pensare alla meccanica quantistica e lo sappiamo molto bene da quando le vecchie teorie di dipendenza sono state osservate e comprovate. Anton Zeilinger con il suo esperimento sul teletrasporto nelle isole Canarie, che non riguarda realmente il teletrasporto ma la correlazione quantistica, ha dimostrato quanto la coscienza influenzi il risultato di un esperimento su una piccola scala infinitesimale. Se uno scienziato realizza un esperimento, il risultato sarà diverso da quello ottenuto da un altro scienziato impegnato sullo stesso esperimento; il risultato sarà diverso anche quando lo stesso scienziato dovesse lavorare allo stesso esperimento in due momenti diversi. Ci sono due cose su cui Anton Zeilinger ha lavorato. Una di queste riguarda l’entanglement, la correlazione quantistica, che Einstein definiva azione fantasmatica a distanza. Einstein affermava che non ci si può inoltrare in questa direzione senza finire con il diventare pazzi o col credere in Dio. Ma questo è insensato e inutile perché non c’è ragione di credere in Dio. Con correlazione quantistica si intende quando due cose poste agli estremi dell’universo agiscono in concerto senza che sia implicata alcuna trasmissione di informazioni, o ciò che sul pianeta Terra noi umani chiamiamo trasmissione. Questa è una delle due cose che Anton Zeilinger ha dimostrato. È in atto una trasmissione che noi davvero non conosciamo, che rende l’universo ripiegato e che mette in luce le teorie sugli universi paralleli. Tutto questo ci dice anche che il tempo non esiste nel modo in cui lo concepiamo. Il tempo digitale, ovvero la sincronizzazione completamente controllata dall’uomo, è una concezione del tempo semplice e banale, che tuttavia permette la contemporanea apertura delle borse in tutto il mondo e l’invio di messaggi nello stesso momento. Queste idee sul tempo sembrano risalire all’età della pietra.
I ricercatori stanno realizzando alcuni studi sul calcolo quantistico e stanno cercando di capire come connettere i dati al fine di non doverli più codificare. Ci sono elementi connessi più grandi dei protoni e in grado di mettere in comunicazione due computer senza nessuna connessione wireless e trasmissione di dati. Tutto questo potrebbe non accadere mai dal momento che si tratta di un’idea che era già presente nella cibernetica degli anni Sessanta. Come si può notare, rispetto a quanto conosciamo sulle funzioni dell’universo, siamo ancora a uno stadio molto primitivo.

TC: Certo.
CCB: L’altro aspetto riguarda la più piccola scala subatomica. Si può certamente dire che i nostri pensieri sono costituiti da attività elettriche e inversioni di potenziale elettrico nei canali del sodio, all’interno di cellule, neuroni e sinapsi. Da un lato, si può quindi affermare che i nostri pensieri siano anche fisici. Seppure in piccola scala, sono fisici quanto una cascata. Se questo è vero, la telepatia sarà comprovata molto presto e sappiamo che coloro che praticano molto yoga e meditazione sono particolarmente portati per la telepatia. Siamo certi che funzioni ma non sappiamo in che modo; probabilmente agisce in relazione con la natura fisica dei pensieri. Annie Besant, ai suoi tempi particolarmente attiva in queste ricerche, ha scritto il libro “Thought-forms” (N.d.t. “Le Forme-Pensiero”, 1901) prima che Einstein elaborasse le sue teorie nel 1905; quindi queste teorie si sarebbero potute comprovare già molto tempo prima. Si direbbe che i nostri pensieri siano fisici e come tali possano essere inviati. Forse non abbiamo bisogno di tutti questi software e nemmeno di impianti sottocutanei, ma da un altro punto di vista si potrebbe affermare anche il contrario. Ci sono tanti scienziati che dicono “Fisica, fisica, fisica” e che sostengono che l’universo sia un prodotto della coscienza. Se la coscienza influenza costantemente l’universo, allora quest’ultimo può essere esso stesso un prodotto della coscienza come in “Twilight Zone” (N.d.T: “Ai confini con la realtà”). Qualora si rivelasse vero, saremmo in una scala di riflessione che va ben oltre il lavoro dei ricercatori nella Silicon Valley e le loro teorie su come gestiremo il pianeta. Sono certamente interessata alla scienza, ma più alla ricerca pura che alla scienza applicata.

TC: Volevo chiederle anche qualcosa sul Castello di Rivoli, la cui programmazione già adesso comprende conversazioni con figure diverse da quelle appartenenti al mondo dell’arte. Noto una sua marcata attenzione per tutte le discipline in generale. Quindi vorrei che lei ci parlasse della sua visione per il programma di Rivoli e Torino.
CCB: Negli ultimi tre, quattro mesi mi sono dedicata a studiare la situazione e a riflettere su cosa possa essere un museo nel futuro.

TC: Cosa è un museo nel futuro, Carolyn?
CCB: Adesso quasi tutti i musei si stanno trasformando in istituzioni private. La mia scelta è stata quella di lavorare nel vecchio museo pubblico, sebbene sia comunque presente il sostegno economico di fondazione bancarie. La mia scelta è stata chiara perché oggi nel mondo dell’arte l’elemento innovativo è rappresentato dalla nascita di fondazioni private come Louis Vuitton, Garage, Pinault, Prada. Stimo il loro lavoro perché compensa in certi versi l’assenza del museo pubblico, ma per me rappresentano anche un ritorno a un’oligarchia dell’arte, dove l’arte rappresenta uno status.

TC: Certamente, questo è chiaro. Il palazzo d’oro di Prada rappresenta certamente uno status.
CCB: Si, ma la mia non è una critica a un individuo in particolare, ma un’osservazione alla tendenza verso la privatizzazione dei cosiddetti musei. Il problema non è la privatizzazione, ma la trasformazione della conoscenza in “produzione di conoscenza”.

TC: Si, come diceva anche prima.
CCB: Si certo, come dicevo prima. Forse da un lato il museo può tornare a essere come il museion di Alessandria d’Egitto, cioè il luogo delle Muse dove si faceva ricerca e gli oggetti servivano per ispirare i poeti. Il museion, il primo museo, era parte della biblioteca. Non sono solo io a dire ci debba essere un’alleanza tra università, istituti di ricerca e musei al fine di lavorare maggiormente insieme. Voglio riprendere la biblioteca e svilupparla. Voglio creare dei luoghi dove le persone possano stare, vivere e svolgere le loro ricerche. La biblioteca è anche il luogo della memoria e di ciò che la memoria rappresenta oggi. La cultura artistica e l’arte sono sempre state un campo di battaglia. Non esiste una cosa chiamata storia dell’arte che procede inesorabilmente. Non è così. Oggi, come nel Cinquecento, ci sono persone che fanno delle scelte: questo si e quello no, Janet Cardiff si and Damien Hirst no.

TC: Molto interessante, Carolyn. Cosa intende con campo di battaglia?
CCB: Vuol dire essere engagé (N.d.T. impegnato) nel creare ciò che domani verrà definita come la fine del Ventesimo secolo.

TC: È una selezione.
CCB: Non si tratta solo di una selezione. L’arte non esiste se non la fai esistere.

TC: Chiaro, si certo.
CCB: Se non c’è la mostra, non c’è l’opera. Se non c’è Documenta, non può esserci “Untilled” di Pierre Huyghe. Ci deve essere il giardino, il parco del Karlsaue. Si tratta dell’incontro tra un artista come Pierre Huyghe e me basato sul rapporto con i saperi non umani. C’è stato questo incontro, ma è grazie all’offerta di Documenta che Huyghe ha potuto realizzare quest’opera. Poi “Untilled” ha reso possibili un’enorme quantità di altre cose, la stessa Documenta, e in seguito sono stati realizzati tutti gli incontri sull’Antropocene, sul percepire il pianeta in uno stato geologico chiamato Antropocene. Tutte queste cose sono avvenute in un secondo momento.
Le cose possono prendere strade diverse. Non si tratta solo di selezione o di memoria e di ciò che si vuole resti nella memoria. Questo lavoro muta il corso delle cose e della storia. Se proponessi ora l’Arte Povera e la inserissi in una collezione, mi starei rivolgendo, sebbene non direttamente, al nuovo materialismo, alla Duke University, a Karen Barad e a un certo numero di altre cose e lei potrebbe rendersene conto solo dopo un certo tempo. Proprio come l’arte, si tratta di una sorta di sfida; ma non penso che l’arte esista in quanto ambito specifico, come lei saprà. Ho detto che fu inventata nel Diciottesimo secolo e che il passato è stato letto attraverso questa definizione moderna, occidentale e borghese di arte. Tutto questo è stato seguito dall’invenzione della storia dell’arte avvenuta nel Diciannovesimo secolo, nello stesso periodo della fotografia. Non esiste nessuna vera storia dell’arte così come la intendiamo ovvero quale disciplina che studia gli stili e i movimenti secondo l’idea di sviluppo storico e in relazione o meno con la società. Tutto questo riguarda un’idea che si manifesta attraverso l’associazione tra i parametri storici, l’invenzione di qualcosa chiamato arte e la fotografia. È presente da circa duecento anni ormai, ma non sono certa che domani esisterà ancora. Ci saranno ambiti diversi di aggregazione delle cose. Forse alcune persone nella Silicon Valley sono in un certo senso artisti. Si pensi a YouTube, per esempio.

TC: Si, certo.
CCB: YouTube è stato inventato da due, tre ragazzi, mi pare intorno al 2006. Volevano condividere video per preparare le feste e hanno inventato alcuni software per caricare i video più velocemente. Uno di questi ragazzi era un artista che aveva studiato arte. I suoi quadri erano brutti, ma ha inventato YouTube. L’arte non è solo invenzione, certamente è connessa alla creatività, ma soprattutto alla coscienza critica e allo scetticismo.

TC: Certo. Torniamo alla parola scetticismo con cui abbiamo iniziato questa conversazione.
CCB: Si e forse con la quale possiamo concludere.

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