Cherimus presenta Be Sm/ART, un progetto al Campus di Savona (2015)

Artists Emiliana Sabiu, Andrea Rossi, Matteo Rubbi, Carlo Spiga and Daniella Andrea Isamit Morales, Campus of SavonaEnglish version here

 

 

 

 


Be Sm/ART

Gli artisti di Cherimus interpretano la città sostenibile e intelligente del futuro
Con  Simone Berti, Derek Di Fabio, Isa Griese, Isamit Morales, Andrea Rossi, Matteo Rubbi, Emiliana Sabiu and Carlo Spiga

 

Trascrizione della conversazione in basso 

 

Giulia Macchiarella: Emiliana, ci può parlare di Cherimus, di come è nato e di come opera?
Emiliana Sabiu: Cherimus è un’associazione nata nel 2007 in Sardegna. È composta da diversi artisti e da persone non appartenenti al mondo dell’arte. Insieme cerchiamo di utilizzare l’arte contemporanea per entrare in contatto con le varie figure che compongono la società. Tentiamo di capire in che modo attraverso l’arte possiamo partecipare, per esempio, alla vita del paese di Perdaxius (ndr, Sardegna in provincia di Carbonia-Iglesias ), dove Cherimus ha sede, e utilizziamo le stesse modalità anche quando operiamo in altri contesti.

GM: Ci può introdurre l’evento finale del progetto Be Sm/ART del Campus di Savona?
ES: L’evento finale è una sintesi di tutto quello che abbiamo realizzato fino a ora.
Durante le tre settimane di laboratorio nel Campus abbiamo coinvolto i bambini allievi della compagnia teatrale Cattivi Maestri, gli studenti di Ingegneria e le diverse anime del Campus come la web radio e i Giovani per la Scienza. Abbiamo pensato di coinvolgere tutti questi gruppi, compresi i professori, e con ognuno di loro abbiamo individuato modalità differenti con cui contribuire al progetto. Dai laboratori con gli studenti è nata l’idea di creare una scultura sostenibile, essendo la tematica del Campus incentrata sulla sostenibilità. Si tratterà quindi di una scultura che si illuminerà pedalando.
Anche il tema della sostenibilinità è stato condiviso durante i laboratori con i ragazzi; era nostra intenzione lasciare una traccia del nostro passaggio al Campus e volevamo capire con loro cosa avesse senso creare. Così è nata l’idea di realizzare questo trenta gigante, inteso come voto, che naturalmente si illumina pedalando. Ha una sua logica nel Campus. I Giovani per la Scienza, invece, saranno presenti con una performance sostenibile: illumineranno degli oggetti utilizzando una Bobina di Tesla.
Anche le ballerine coinvolte da una studentessa parteciperanno all’evento. Sarà una esperienza corale in cui speriamo di riuscire a restituire al pubblico il nostro passaggio al Campus.

GM: Quindi quali sono i punti di forza di questo progetto?
ES: Sono stati la possibilità di creare un clima piacevole nel Campus e il fatto che i ragazzi abbiano potuto partecipare non soltanto in qualità di studenti di Ingegneria ma anche come appassionati di danza, di ginnastica ritmica o di musica.
Nell’evento finale anche uno dei professori suonerà la chitarra con i ragazzi. È poco scontato ed è un bel segno di partecipazione. Penso che la cosa più bella sia stata proprio la partecipazione collettiva che si è venuta a creare e il fatto di dover continuamente mettere in discussione tutto il progetto per trovare soluzioni che fossero condivise con tutte le varie anime di questo Campus. Il progetto, quindi, è cambiato di giorno in giorno. È stato faticoso ma sicuramente interessante.

Giulia Macchiarella: Come si è inserito il progetto di ricerca artistica all’interno della vostra ricerca? E quali sono stati secondo lei i punti di forza e di debolezza del progetto?
Renato Procopio: Un giorno, Federico Delfino, il responsabile del Campus, mi ha contattato dicendomi che Tiziana Casapietra aveva l’idea di provare a declinare i concetti che cerchiamo di sviluppare sul fronte della didattica e della ricerca da un punto di vista artistico al fine di trovare un altro linguaggio di espressione e di comunicazione del nostro lavoro.
Essendo il musicista del gruppo e quindi probabilmente il più affine a queste tematiche, mi ha proposto di essere il responsabile del progetto sul fronte del Campus di Savona e sul fronte degli ingegneri.
Da qui in poi è partita una sinergia che ha coinvolto diverse anime.
Il periodo della ricerca dei partner non è stato immediato né banale perché prima di trovare la squadra finale abbiamo condotto un casting abbastanza lungo. Alla fine abbiamo costruito una squadra all’interno della quale c’erano contemporaneamente i docenti e gli studenti del Campus, il gruppo degli artisti — individuato poi nella compagine di Cherimus — e il gruppo dei Cattivi Maestri che avrebbero portato i bambini.
Di fatto i bambini sono stati l’anima del progetto, coloro che hanno fornito le idee dalle quali è poi nato tutto.
A me ha sorpreso quando Tiziana ha parlato del concetto di arte contemporanea come veicolo di integrazione delle diverse anime. Immaginavo che il fine dell’arte fosse quello di realizzare qualcosa di bello. Non doveva sorprendermi perché da musicista so che la musica contemporanea non ha in testa il bello. Il progetto mi è servito per entrare dentro questo meccanismo per cui in realtà quello che gli artisti pensavano era profondamente diverso dalla mia immaginazione. Il punto di forza è stato di comunicare a noi un concetto e un’idea molto differenti rispetto alle nostre aspettative e questo ha richiesto un’atteggiamento orientato all’integrazione.
La differenza tra le anime del progetto si è vista non tanto nei contenuti, perché su quelli poi ci siamo capiti bene, ma nella forma mentis dell’organizzazione.
Noi abbiamo un metodo abbastanza rigoroso per cui se devo sviluppare un progetto innanzitutto mi siedo e definisco la squadra, il budget e le persone, assegno i compiti e poi ognuno porta avanti il suo lavoro e ci si rivede periodicamente. L’approccio degli artisti era assolutamente diverso per cui tante volte ci chiedevamo cosa sarebbe successo.
In questo senso la mia percezione, a un certo punto, era che non si riuscisse a concludere nulla quindi ho utilizzato gli strumenti dell’ingegnere non dal punto di vista tecnico ma da quello organizzativo. Ho preso le varie anime della squadra e ho proposto di vederci una volta tutti insieme per confrontarci e decidere cosa avremmo fatto. Mi rendo conto che è un approccio estremamente procedurale ma è funzionale.

Giulia Macchiarella: Qual’è stato il suo coinvolgimento e quello di Giovani per la Scienza con il progetto Be Sm/ART?
Bianca Ferrari: Giovani per la Scienza è al Campus di Savona da parecchi anni. È venuta a trovarci Emiliana Sabiu e gli artisti hanno assistito ai nostri laboratori e osservato i tantissimi ragazzi che il Venerdì vengono spontaneamente a discutere di scienza e a costruire scienza. Sono rimasti stupiti e il nostro lo hanno definito un mondo al contrario. Nessuno crede che i ragazzi si appassionino alla fisica o addirittura che trovino travolgente la matematica. Nel processo di creazione arte e scienza sono vicine; entrambe sollecitano nell’uomo il desiderio di conoscere e creare.

Giulia Macchiarella: Ci può introdurre il suo rapporto con Cherimus?
Matteo Rubbi: Il rapporto con Cherimus è cominciato durante l’esperienza in accademia quindi durante il periodo di formazione e di individuazione del nostro percorso personale. In quell’occasione si è stabilito il contatto con Emiliana e la possibilità di prendere parte a un’esperienza che non sapevo dove mi avrebbe condotto. Cherimus è caratterizzato da una pianificazione in itinere del lavoro, del processo. Il fatto di lasciarsi guidare dalla via che si sta percorrendo è determinante per il lavoro di Cherimus e per il mio lavoro personale.

Giulia Macchiarella: Ci introduca il suo lavoro.
Carlo Spiga: Più o meno sottoscrivo quello che ha detto Matteo. All’interno di Cherimus le modalità rimangono quelle di una coralità e di una volontà di sintonizzarsi dentro qualsiasi contesto in cui ci si trovi a lavorare. Personalmente sono più interessato agli oggetti e alle piccole attenzioni che l’essere umano manifesta rispetto ai materiali. Lavoro anche con la musica e con le performance. Sono interessato alla coralità cosiddetta arcaica. I miei interessi riguardano questi ambiti ma le metodologie sono sempre quelle di cercare di sintonizzarsi il più possibile con un contesto e fare in modo che l’opera sia quantomeno sensata nell’ambiente in cui vado a operare.

GM: Come è stato coinvolto nel progetto Be Sm/ART e quale è stato il suo contributo?
CS: Sono un organo interno di Cherimus: se Cherimus tossisce lo sento anche io. Insieme ad Emiliana e a Matteo abbiamo iniziato dialogando con le persone, ci siamo sintonizzati con il contesto, abbiamo intessuto relazioni e abbiamo cercato di sviluppare una proposta il più calibrata possibile. Abbiamo conosciuto delle persone fantastiche a partire dai Giovani per la Scienza o, all’esterno del Campus, i Cattivi Maestri. Abbiamo condotto un lavoro di tessitura.

Giulia Macchiarella: Può raccontarci del suo rapporto con Cherimus?
Simone Berti: Ho collaborato varie volte con Cherimus sia in Sardegna che in Lombardia, per progetti legati a scuole e biblioteche che prevedevano il coinvolgimento di arti visive, musica e le arti in generale.

GM: Qual è stato il suo apporto a questo progetto?
SB: Abbiamo pensato di realizzare sculture astratte e luminose che serviranno da scenografia agli interventi di un gruppo di ballerine e di performer. Le biciclette produrranno l’energia necessaria a illuminare le sculture. Le biciclette sono state trasformate in cyclette e grazie a semplici dinamo forniranno l’energia per illuminare questa scenografia realizzata con materiali molto leggeri come involucri di plastica semitrasparente.

Giulia Macchiarella: Ci può parlare del suo rapporto con Cherimus e come è stata coinvolta nel progetto?
Daniella Andrea Isamit Morales: Per questa occasione Emiliana mi aveva brevemente raccontato in che cosa consistesse il progetto e mi aveva incuriosito. Non avevo mai lavorato verso la proiezione del futuro. Pensavo che il lavoro scientifico si basasse su fattibilità e invenzione e ne ero interessata. All’inizio, in realtà, non sapevo quale sarebbe stato il mio contributo. Con Cherimus è sempre così, non c’è mai un’autorialità. C’è un progetto e tutti fanno il possibile per portarlo avanti.

Giulia Macchiarella: Ci può parlare del suo coinvolgimento e di quello di Cattivi Maestri nel progetto di Cherimus?
Francesca Giacardi: Abbiamo conosciuto Emiliana e Matteo quando sono venuti alle Officine Solimano (ndr, Savona), dove abbiamo la nostra sede. Sono capitati proprio durante un laboratorio con i bambini e sono rimasti colpiti dal lavoro che stavamo svolgendo con loro e dalle loro osservazioni. Il coinvolgimento di Cattivi Maestri a livello teatrale è nato partendo proprio dalla nostra relazione con questi bambini. È stato bello per loro immaginare qualcosa che avrebbero visto realizzato. C’è, infatti, molta attesa per l’evento finale. Questo fondamentalmente è stato il nostro coinvolgimento nella prima parte del progetto. Nella seconda parte, invece, si sono avvalsi delle nostre capacità attoriali. Maria Teresa Giacchetta e io siamo intervenute nel Campus con incursioni a sorpresa nelle varie aule con scene scritte da Iacopo Marchisio che trattavano, in modo ironico, temi legati al risparmio energetico e al giusto consumo dell’energia. I professori talvolta erano sgomenti, talvolta simpatici e parteciparvi come del resto anche gli stessi studenti.

Giulia Macchiarella: Come è stato coinvolto Campuswave?
Mattia Salvatico: Campuswave radio ha seguito l’evento di Cherimus che si è tenuto Giovedì 19 Novembre al Campus Universitario di Savona.
Gli attori sono intervenuti all’interno delle lezioni, interrompendole e spiegando attraverso sketch comici il progetto dell’energia sostenibile. Verso le undici nella biblioteca del Campus e alle tredici davanti alla mensa si è tenuto un flash mob per interagire con gli studenti. Abbiamo raccontato in diretta radiofonica a tutti i nostri ascoltatori le varie azioni programmate da Cherimus che si sono susseguite nell’arco della mattinata.

 

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