Chiara Bertola, Curatrice della Fondazione Furla (Bologna)

Chiara BertolaIn questa intervista, Chiara Bertola ci parla della sua visione del mestiere di curatore, partendo dalla descrizione che ne aveva fatto in “Curare l’arte” (Electa, 2008). Inoltre, ci spiega la sua nozione di tempo e di spostamento, tra mostre internazionali (quelle di Mona Hatoum a San Paolo e a Buenos Aires) e nazionali (“Polvere di stelle” al Museo della Ceramica di Mondovì). Curatrice sensibile ed attenta, Chiara Bertola è nata a Torino nel 1961. Dal 1990 vive e lavora a Venezia. È responsabile per l’arte contemporanea alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia e curatrice della Fondazione Furla di Bologna. È stata direttrice artistica dell’Hangar Bicocca di Milano e Presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia dal 1996 al 1998. Nel 2000 ha ideato il Premio FURLA per artisti italiani, che ha festeggiato la sua decima edizione con una mostra a Palazzo Reale di Milano a Marzo. MA, Aprile 2015.

English version here

 


 L’arte di curare l’arte

Una conversazione con Michela Alessandrini

Trascrizione della conversazione in basso

  • Le ceramiche locali e l’arte contemporanea internazionale.

  • Lentezza e velocità nella pratica curatoriale.

  • Mona Hatoum e i suoi sogni ricamati.

 

Michela Alessandrini: Il tuo “Curare l’arte” è stato un libro molto importante per i curatori della mia generazione. Il suo interrogare la nozione di tempo e di spostamento nelle pratiche curatoriali contemporanee rispondeva ad una tua necessità di comprendere questo mestiere. A qualche anno di distanza, che cosa puoi dirci di quest’esperienza? Qual è il tuo rapporto col tempo e con lo spostamento sia in ambito istituzionale alla Fondazione Querini Stampalia sia come curatrice indipendente?
Chiara Bertola: Michela, quello che dici del libro mi fa molto piacere, anche perché so quanto difficile sia questo mestiere: non solo farlo, ma anche comunicarlo e trasmetterlo. Credo poco nelle scuole per curatori; credo molto, invece, nell’esercizio del mestiere stesso che, come diceva Harald Szeemann, è un “da capo” continuo e un esercizio etico. È proprio in virtù di questo essere etiche delle scelte del curatore, d’altronde, che si ha sempre una gran responsabilità per il lavoro finale che si consegna al pubblico. È una dimensione complessa, ecco.
Rispetto al tempo, secondo me è un ingrediente fondamentale in questo mestiere. In “Curare l’arte” dicevo che la figura del curatore è in qualche modo polimorfa: il curatore è tessitore, danzatore, viaggiatore, dialogante, narratore e sovversivo. Queste sono le qualità che un curatore deve poter avere dentro di se e anche andare a sviluppare.
Ovviamente, ad ogni figura io avevo affiancato degli strumenti. Per me ciascuna di queste nozioni è molto significativa. Le ho scritte pensando alla mia esperienza.
Per esempio, mi sono accorta che la figura del viaggiatore ha due velocità. Da una parte, l’estrema lentezza, perché è importante che il curatore conceda del tempo all’artista e si prenda lui stesso il tempo per vedere i dettagli, poter perdere delle cose e per perdersi, anche. Nel libro scrivevo, infatti, che la strada principale, quella percorsa da tutti, quella più veloce, non sempre è quella più interessante. La via trasversale — non sono di certo la prima a dirlo- può risultare più proficua.
Essa rappresenta, infatti, una divagazione che permette di sintonizzarsi con l’artista.
Lascia il tempo che l’opera d’arte si dia e si manifesti, il tempo che l’artista e il curatore si sincronizzino, il tempo di immergersi nel luogo dell’esposizione.
Però, d’altra parte, è necessaria anche la velocità. Io sono molto lenta ma ammiro molto i curatori veloci. Mi stupiscono! So che è necessario essere veloci perché c’è tanto da vedere e verificare con i nostri occhi, aldilà di quello che possiamo fruire da Internet. Credo che ci sia bisogno di andare a vedere gli originali, ci credo fermamente. Quindi è importante essere veloci. Le intuizioni arrivano velocemente!
Magari, dopo un processo lunghissimo, in un secondo percepisci la mostra, ti vengono delle idee, nasce un progetto: questo lo sappiamo bene. Quindi mi piaceva l’idea che, in qualche modo, queste due modalità, la lentezza e la velocità, diventassero gli strumenti del viaggio del curatore. Penso tuttora quello che ho scritto nel 2008.
Tutto quello che dico è forse banale, il problema è piuttosto metterlo in pratica! Perché richiede tempo, richiede un certo rapporto con l’artista, una conoscenza dello spazio in cui lavori, una fiducia nel luogo. Alla Fondazione Querini Stampalia ho capito tutte queste dinamiche ed ho potuto mettere in pratica tutto quello che sto dicendo, e spero si sia percepito dalle mostre che vi ho realizzato. Sono delle mostre che hanno tirato fuori tutto quello che io volevo da quel luogo e che volevo che il luogo restituisse all’artista.

Mona Hatoum's exhibition at the Querini Stampalia Foundation, Venice.

La mostra di Mona Hatoum alla Fondazione Querini Stampalia, Venezia.

MA: Parlare della Querini Stampalia ci porta alla seconda domanda, quella sulla tua collaborazione con Mona Hatoum. È stato proprio in occasione di una sua mostra in Querini, “Interior Landscape” nel 2009, che hai cominciato a collaborare con lei. Puoi dirci qualcosa della sua esposizione che hai curato in Brasile e di quella che curerai in Argentina? Che cosa significa per te essere una curatrice italiana che cura la mostra di un’artista Libanese in Brasile?
CB: Guarda Michela, è stato durante la prima mostra con Mona che si è sviluppato il patto di fiducia — questa è un’altra parola importante — che c’è tra di noi. “Interior Landscape” era una mostra site-specific, come tutte quelle della Fondazione, che ha tessuto insieme le diverse temporalità della fondazione stessa — quelle più antiche del palazzo Querini Stampalia e quelle contemporanee degli spazi creati da Carlo Scarpa e, ovviamente, il white cube dove ha esposto la Hatoum. Inoltre, la mostra mescolava nuove produzioni a lavori precedenti — di nuovo, una complessa rete di richiami tra epoche diverse.
Quello che trovo interessante è questa connessione col passato del luogo d’esposizione, che è divenuto così un pretesto per parlare del presente — soprattutto in un paio di lavori.
Ad esempio, il monumento ai caduti di Beirut, rimpicciolito, è stato messo al posto del centrotavola del Trionfo in porcellana — è stato fatto diventare concretamente quello che è in realtà oggi, ovvero un monumento decorativo svuotato del proprio senso simbolico. Mona Hatoum ha individuato un’opera che ha una presenza statica nella Fondazione, il centrotavola, e l’ha messa in moto, trasformandola in qualcosa d’altro e facendola rinascere con una funzione critica nella storia contemporanea, che era poi la sua storia, perché si riferiva a Beirut, la capitale del Libano. Mona ha cucito insieme passato e presente, reinterpretando il passato attraverso la produzione di opere nuove.
La stessa cosa è successa alla Pinacoteca do Estado di São Paulo, dove io ho avuto di nuovo la fortuna di lavorare con lei, su suo invito. Lì eravamo in uno spazio completamente diverso, enorme e molto più contemporaneo. Era la prima mostra che Mona faceva nel Sud America, quindi il suo lavoro non era così conosciuto come in Europa.
Il mio sguardo di curatrice ha dovuto tenerne conto; mi sono preoccupata, quindi, di proporre a Mona di esporre al pubblico della Pinacoteca alcune delle sue opere capitali. Per lo spazio centrale abbiamo pensato, invece, di esporre un lavoro nuovo, site-specific, che potesse mettere in moto energie differenti per lei come artista, per me come curatrice e per lo spazio stesso. I due ambienti laterali della Pinacoteca erano di tipo museale, mentre quello centrale era il cuore della struttura, dedicato alle esposizioni temporanee. In questo spazio ho voluto che mettesse in relazione l’interno con l’esterno, il pubblico e il privato.
Il lavoro per l’ambiente centrale è nato in Brasile, in collaborazione con un’associazione che si occupa dell’assistenza di alcune madri disagiate e dei loro figli malati di cuore, in attesa di trapianto. Queste donne si tengono occupate ricamando delle figure stereotipate, senza alcun valore se non quello di creare solidarietà e sostegno.
Mona Hatoum ha chiesto loro di dedicarsi del tempo e ricamare i propri sogni su delle federe che abbiamo poi appeso a dei fili nello spazio centrale. Il risultato è stato magnifico: avevamo l’impressione di essere in una corte di un rione popolare, con le donne a stendere i panni e a parlarsi da un balcone all’altro.
Affianco, ho potuto disporre alcuni dei suoi ready-made più vecchi che, così installati, producevano un risultato inedito. Ma la cosa che ha dato più forza a tutto è stata l’idea che ha avuto Mona Hatoum di riprodurre un’istallazione che aveva realizzato una sola volta, in Venezuela. Piazzando delle telecamere a circuito chiuso all’esterno della Pinacoteca, sulla strada, ha voluto proiettare all’interno quello che succedeva di fuori: il tempo, il rumore, lo spazio urbano. Tra i fili, i ricami appesi e il rumore della strada e delle ambulanze sembrava davvero di essere in un borgo, nei caruggi napoletani e genovesi.
Inoltre, ho spinto Mona a non dimenticare l’aspetto intimo della sua creazione artistica e a portare il suo atelier nella mostra, con tutte le prove e le bozze della mostra che ha realizzato durante la residenza a San Paolo. Era importante per far capire che il lavoro di quest’artista passa anche attraverso il fare artigianale e l’abilità manuale.
Essere italiana e lavorare con un’artista libanese in Brasile riesce naturale, perché il lavoro di Mona è universale. Esso si fa espressione della violenza domestica e della guerra, così reale nel paese da cui viene, rinnovandola a seconda del contesto in cui lavora ed espone.
Anche in uno spazio così lontano dal suo, come il Brasile — che, comunque, è intriso di tragedie che non sono poi così diverse da quelle libanesi. Quest’artista riesce a comunicare sensibilità e pietà nei confronti di chi è più forte ed è più vulnerabile, soprattutto le donne.
In questa situazione, ha semplicemente traslato il suo sentire su una realtà a lei nuova, come fa sempre.
Adesso questa mostra sarà ripensata per uno spazio completamente diverso, a Buenos Aires. Vediamo quale verità riusciremo a portare… Perché ogni volta bisogna tradurre qualcosa di vero.

Mona Hatoum's exhibition at thePinacoteca do Estado, São Paulo.

La mostra di Mona Hatoum alla Pinacoteca do Estado, São Paulo.

MA: Ci saranno anche delle nuove produzioni in Argentina?
CB: Ci saranno delle nuove produzioni e alcune delle opere presentate a San Paolo, sempre in un contesto sudamericano.

MA: Puoi parlarci di “Polvere di stelle” al Museo della Ceramica di Mondovì. In che modo una mostra dalle ambizioni internazionali è riuscita ad esistere e svilupparsi in una realtà così locale? Qual è l’ostacolo più grande che hai dovuto sormontare e la soddisfazione più grande che hai avuto?
CB: Ti ringrazio per questa domanda. È una mostra che è nata con un budget piccolissimo, in un posto completamente estraneo alla contemporaneità. A mio vantaggio avevo una buona conoscenza della regione e un legame affettivo profondo per Mondovì.
Inoltre, il Museo della Ceramica si trova in un palazzo molto bello, in un contesto paesaggistico che ricorda la potenza di un’Italia meravigliosa. Ho scelto di lavorare con un artista dalla visibilità internazionale, Céleste Boursier-Mougenot, e di affiancarlo ad un giovane artista italiano, Matteo Rubbi.
Avevo visto il lavoro di Boursier-Mougenot ad una Documenta, in particolare questo lavoro con le coppe di ceramica che producono musica scontrandosi in una vasca piena d’acqua.
Le sue ceramiche dovevano risuonare in mezzo a tutte le altre del museo, quindi ha prodotto una versione specifica dell’opera per questa mostra.Céleste ha creato un incanto all’interno del museo, affascinando tutti gli abitanti di Mondovì – che non avevano mai sentito delle coppe suonare e non immaginavano che una piscina potesse diventare uno strumento ed un linguaggio visivo potesse trasformarsi in un linguaggio musicale. Ho visto lo stupore nei loro occhi: questo è stato il regalo più grande.
Con Matteo Rubbi, vincitore di una passata edizione del Premio Furla, abbiamo pensato ad una nuova produzione. Lui è un artista generoso e talentuoso, ed era l’artista giusto per questo contesto così “rischioso”. Ha voluto coinvolgere la popolazione di Mondovì, un paese in cui la tradizione nella lavorazione della ceramica è ancora molto importante e radicata.
Lui ha poi chiamato un performer ad intervenire musicalmente sulle sue ceramiche. La mostra si è sviluppata in modo organico ed è cresciuta con successo, e può ancora crescere… Una volta superate le solite fatiche italiane.

MA: Grazie Chiara.
CB: Grazie a te Michela.

© radicate.eu