Colin McMullan, La Nuova Scuola del Connecticut

ColinQuesta conversazione presenta il lavoro dell’artista multidisciplinare Colin McMullan, appartenente a quella che il curatore Olu Oguibe definisce La Nuova Scuola del Connecticut. Con questa definizione, Oguibe si riferisce a tutti quegli artisti accomunati dalla volontà di condurre la propria pratica artistica lontano dalle pressioni delle grandi città e di occuparsi di temi quali la sensibilità ambientale e la connessione col luogo e i suoi abitanti. Si tratta di artisti che vivono e che hanno studiano in Connecticut. Oltre a Colin McMullan, Olu Oguibe ha indicato anche Lani Asuncion e Ted Efremoff.

Nato a Coventry in Connecticut nel 1979, Colin McMullan ha conseguito una laurea di secondo livello in scultura all’Università del Connecticut nel 2005. La sua pratica artistica unisce progetti sociali di larga scala e l’organizzazione di eventi collaborativi pubblici che comportano l’utilizzo di libri, musica, film, veicoli e cibo e la realizzazione di conversazioni e pubblicazioni. Attualmente McMullan vive e lavora in Connecticut, dove insegna arte all’Università.

Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo: 20th Anniversary Show, Smack Mellon (Novembre 2016, Brooklyn, New York); Dwelling, installazione realizzata con Lani Asuncion e commissionata da Artspace (Ottobre 2015, New Haven, Connecticut); Hand/Made: the Digital Age and the Industrial Revolution, Kleinert/James Center for the Arts (Settembre 2015, Woodstock, New York); Sharing the Joys of Tree Juice (2010-in corso, Hartford, Mansfield e East Hampton, Connecticut).

In questa conversazione, Colin McMullan ci  parla dei suoi progetti più recenti, della sua decisione di tornare a vivere e lavorare in Connecticut dopo un’esperienza di sei anni a New York e dell’importanza del coinvolgimento delle persone per la realizzazione dei suoi lavori.

English version here

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Tiziana Casapietra: Desidererei che ci raccontasse qualcosa di sé, del suo lavoro e del suo approccio all’arte e della scelta di vivere fuori dalla grande città.
Colin McMullan: Sono cresciuto in Connecticut, i miei genitori e la mia famiglia vivono qui. Si tratta di una zona abbastanza vicina a New York, dove si ha sempre la sensazione di vivere all’ombra di New York; senti la città ergersi su di te e sovrastarti. Tutti ne vengono attratti e appena possono vanno a visitarla. È un luogo magnetico che attrae tutti. Ma io ho seguito i miei studi a Boston, che si trova dalla parte opposta di New York. Il Connecticut si trova proprio fra queste due grandi città, lo si attraversa sempre ma senza mai pensare cosa vi succeda. Mi sono trasferito a New York dopo essermi laureato all’Università del Connecticut, dove ho conosciuto Olu Oguibe. Ho vissuto a New York per sei anni quindi ho avuto la mia occasione di vivere la città e realizzare molti progetti d’arte in quel contesto. Ho lavorato a numerosi progetti con diverse organizzazioni no-profit e in un posto chiamato Studio Smack Mellon. Nel Bronx ho collaborato con il programma di sviluppo professionale “Artist in the Marketplace” (NdT. “Artista nel Mercato) che mette in contatto professionisti attivi in diversi settori dell’arte con un gruppo di giovani artisti, per aiutarli a capire come promuovere il proprio lavoro e come trovare situazioni in cui esporlo. Al termine di questo progetto, ho avuto una mostra al Museo delle Arti del Bronx ed è stato molto bello.
Ho fatto esperienza della città. Mentre mi trovavo a New York ed ero coinvolto in tutti questi programmi, ho avuto l’occasione di conoscere molti altri artisti ed è stato certamente bello sentirsi parte di quella scena artistica e di una rete che stava fiorendo e connettendo migliaia di artisti provenienti da tutto il mondo. Questa rete composta da artisti ma anche da persone di tutto il mondo — New York è una città davvero cosmopolita — è stata di grande ispirazione per me. Vivere a New York per un periodo ha accresciuto la qualità del mio lavoro, mi ha spinto a realizzare un lavoro migliore e più ambizioso. Mi ha fatto pensare il mio lavoro in modo diverso. Non avevo pianificato di trasferirmi a New York, ma è capitato quasi per caso: ho trovato un lavoro proprio in un momento in cui desideravo avere esperienze diverse. Non ho mai immaginato di vivere in una grande città, ma è lì che sono finito e per qualche ragione ci sono rimasto per molto tempo.

TC: Per quanto tempo ha vissuto a New York?
CMM: Sei anni.

TC: Si, è abbastanza lungo.
CMM: Si, è stato abbastanza. Al termine dei sei anni ho sentito che era venuto il momento di andarmene.

TC: Lo immagino. In sei anni si riescono a capire e a vedere molte cose. Si tratta di un periodo abbastanza lungo per capire se la città è adatta a te. 
CMM: Si, per certi versi vivere a New York è limitativo perché gli immobili sono molto costosi ed è difficile trovare uno spazio in cui lavorare. Volevo sviluppare lavori su grande scala e incentrati sulla terra. Per questo motivo, a quel punto aveva senso tornare in Connecticut. Anche quando vivevo a New York tornavo spesso in Connecticut per svolgere alcuni progetti perché avevo la mia rete di conoscenze, amici, familiari e opportunità. Ted (Efremoff) e io abbiamo collaborato a un progetto in Connecticut intorno al 2006. In realtà abbiamo lavorato al progetto per qualche anno ma ha avuto inizio nel 2006. All’epoca, vivevo già a New York ma tornavo spesso nel Connecticut. Quella situazione non aveva molto senso perché impiegavo due ore di viaggio per lavorare al progetto, ma è stata comunque una buona collaborazione. In un certo senso mi piace il modo in cui il Connecticut viene dimenticato. C’è qualcosa di piacevole nella sensazione che tu qui possa respirare e, allo stesso momento, essere molto vicino alla grande città per realizzare progetti e vedere persone. Altrettanto facilmente puoi allontanarti dalla città per tornare in un luogo tranquillo in cui riflettere.

TC: Si, è vero. Colin, qual è il suo approccio all’arte? Come lavora? Ci vuole presentare alcuni dei progetti recenti e futuri su cui sta lavorando?
CMM: Lavoro con diversi media, ma il punto centrale del mio lavoro riguarda il coinvolgimento diretto delle persone. Si tratta dell’aspetto sociale del mio lavoro e a volte ne parlo proprio come se fosse una pratica sociale.

TC: È bello ed è quello che anche Lani mi ha detto. Anche Ted mi ha detto che è molto importante per lui avere questa vita sociale e includere le persone nel proprio lavoro. Si tratta di un aspetto che vi accomuna.
CMM: Si, assolutamente. Accomuna specialmente Ted e me perché, in qualche modo, il nostro processo lavorativo si è evoluto nello stesso momento. Ci siamo influenzati reciprocamente e abbiamo appreso questo modo di lavorare che si è adattato molto naturalmente alle nostre personalità. Provengo da una famiglia molto grande e sono sempre stato molto socievole, mi  sono sempre piaciute le persone e collaborare con loro. Mi piace la collaborazione perché mi permette di  perdere il controllo, non posso più controllare ogni dettaglio del progetto. Mi piace che altre voci entrino nel lavoro, interrompendo le mie riflessioni e modificando le mie idee sul senso del progetto e sulla sua direzione.

TC: Non la fa sentire in ansia l’idea di non poter controllare tutto?
CMM: Si, a volte, ma questo aspetto mi piace anche. Mi piace il caos che questo comporta. Penso di essere una sorta di anarchico, mi piace che cose inusuali e inaspettate accadano. Per quanto riguarda i miei progetti recenti negli ultimi due anni ho lavorato molto, facendo ricerca e sperimentando diverse tipologie di produzione alimentare. Credo quindi che il mio stimolo creativo si sia spostato: all’inizio il mio lavoro era concentrato sul materiale e destinato a un contesto artistico come quello che ho realizzato in alcuni spazi pubblici di New York. Mi sono occupato della costruzione di veicoli: ho sviluppato molti progetti utilizzando un triciclo. Con lo stesso Ted ho costruito una barca su ruote che si muoveva proprio come un veicolo. In città c’è uno stile di vita differente, è possibile interagire con il pubblico direttamente in strada e io ho sfruttato questa possibilità per il mio lavoro. Ho utilizzato la strada come un luogo in cui presentare il mio lavoro e per interagire direttamente con sconosciuti, con il pubblico e con persone che forse erano già parte della mia rete di relazioni. Si trattava sempre di eventi che si svolgevano nello spazio pubblico della strada. Da quando sono in Connecticut questo mio approccio è mutato perché sto lavorando a stretto contatto con la terra e con un interessante gruppo di persone ossessionate dal processo di produzione dello sciroppo d’acero e di estrazione della linfa dagli alberi. Occuparsi di questo processo di produzione dello sciroppo d’acero ti pone in diretta relazione con il tempo meteorologico e il clima; ti fa prendere coscienza dei cambiamenti climatici, e ti induce a essere  continuamente preoccupato di quale sia la temperatura perché il flusso della linfa negli alberi dipende completamente dal tempo metereologico. Se ci si impegna in questo processo naturale, si deve pensare come gli alberi e percepire quello che fanno,  in un modo astratto e affascinante che ti permette di entrare in sintonia con la vita interiore degli alberi.

TC: Colin, è bello che lei mi stia parlando di questo lavoro con lo sciroppo d’acero e con gli alberi. Per lei si tratta di una pratica artistica?
CMM: Si, ho qualche idea su come condividere il processo di produzione dello sciroppo d’acero con un pubblico più ampio. Mi trovo in una sorta di fase progettuale in cui sto cercando di individuare una sede appropriata dove presentare questo lavoro specifico. Deve essere uno spazio speciale, mi piacerebbe realizzarlo nello spazio di un museo vicino a una collina e con molti alberi.

TC: Come porterebbe gli alberi al museo?
CMM: Si, questo è il problema. Devo trovare un museo dove siano già presenti gli alberi. È interessante che lei abbia tirato fuori questo argomento; ci sono persone che stanno sperimentando la produzione dello sciroppo d’acero in un modo completamente differente. Generalmente si lavora direttamente su alberi che crescono spontaneamente in natura. Ma ci sono persone che stanno sperimentando la coltivazione di alberi d’acero in filari, proprio come accade in ogni altra produzione agricola.

TC: Lo si può fare anche con gli alberi d’acero?
CMM: Si, onestamente è una questione controversa. Nel Vermont c’è un programma di ricerca universitario che svolge ricerche sulla produzione dello sciroppo d’acero, ne studiano l’aspetto economico e il processo naturale a livello scientifico. Ma stanno anche sperimentando la coltivazione di alberi da sciroppo d’acero in filari,  in ogni campo si possono far crescere alberi alti 6, 8 piedi, circa 2, 3 metri, che poi vengono tagliati nella parte superiore per estrarre la linfa.
Vorrei realizzare un lavoro ambizioso con gli alberi. Deve essere molto elegante, ci sono queste tubature che attraversano la foresta fino a un punto di raccolta dove il liquido convoglia in un contenitore. Per questo scopo voglio costruire un bellissimo recipiente. Non sono interessato a produrre lo sciroppo per il pubblico, sebbene stia sviluppando questo processo con i miei studenti. Infatti, insegno arte all’università locale.

TC: Lo sciroppo che produce è buono? Ha un buon sapore?
CMM: Si è molto buono. Si può anche bere la linfa senza trasformarla in sciroppo, è molto più efficace se si desidera percepire direttamente il sapore dell’albero. La linfa grezza è davvero una sostanza magica. Mi piacerebbe avere una varietà di diverse linfe. Si possono anche spillare altri tipi di alberi e sarebbe interessante avere uno spazio di degustazione dove fosse possibile assaggiare linfe diverse.

TC: Si può bere lo sciroppo estratto da altre piante?
CMM: Si, la maggior parte sono buoni. È molto interessante scoprire come alberi differenti abbiano meccanismi vitali diversi. Alcuni hanno meccanismi interni che li rendono più idonei di altri all’estrazione del flusso linfatico. Alcuni non sono adatti a questo tipo di estrazione perché hanno poca linfa, oppure non fluisce bene; per questa ragione risulterebbe difficile estrarre la linfa da certe tipologie di alberi. Nel mondo ci sono numerose specie di alberi che vengono utilizzate per produrre sciroppo o per l’estrazione della linfa. In Russia usano la linfa di Betulla, in Alaska producono lo sciroppo usando sia la Betulla sia gli alberi di Noce.

TC: Ma gli alberi soffrono durante la procedura di estrazione della linfa?
CMM: No, avviene in modo molto prudente. Esistono raccomandazioni e linee guida al riguardo che indicano come realizzare buchi in alberi abbastanza grandi da poter sopportare lo stress. Non si dovrebbe spillare un albero troppo giovane a meno che non si voglia ucciderlo per qualche ragione. Generalmente si pratica un foro, la linfa fuoriesce per cinque o sei settimane e in questo tempo l’albero è già riuscito a richiudere il buco e a sigillare quell’area. Si creano questi piccoli punti morti nel legno vivo dell’albero che comunque continua a crescere normalmente. La procedura non ha nessun effetto a lungo termine sull’albero.

TC: Si può ripetere questa procedura con lo stesso albero frequentemente o solo una volta all’anno? Quante volte all’anno lo si può fare?
CMM: Si solitamente, una volta all’anno.

TC: Poi per il resto dell’anno non si tortura più l’albero.
CMM: Esatto, si dà un periodo di tregua all’albero dopo aver estratto la sua linfa.

TC: Ha detto che vorrebbe portare questo processo nei musei, giusto? Trattandosi di un processo molto lungo, come immagina di svilupparlo all’interno di un museo?
CMM: Mi piacerebbe avviare una serie di laboratori aperti alle persone interessate; i partecipanti verranno coinvolti nelle diverse fasi del processo. Ho realizzato tutto questo lo scorso anno all’Università di Hartford nel Connecticut, dove ho insegnato. Producevo sciroppo d’acero sui terreni dell’Università e ho tenuto un laboratorio dove ho insegnato ai partecipanti a spillare un albero, ho parlato del processo di raccolta e di tutto il lavoro di produzione. Ci sono modi diversi di raccogliere lo sciroppo. Il metodo tradizionale è quello di appendere un secchio all’albero nel quale gocciola la linfa. Così ho realizzato alcuni secchi speciali con un rubinetto che poteva essere aperto per riempire la tazza e assaggiare la linfa dell’albero.

TC: Quanti secchi si possono riempire con un solo albero?
CMM: Con un solo albero? Se si tratta di un albero molto grande si possono mettere due o tre secchi. Solitamente si utilizza un secchio per albero, ma se l’albero è grande se ne possono utilizzare di più. Ho inserito il rubinetto nel secchio affinché le persone potessero assaggiare il liquido; dei cartelli invitavano i passanti alla degustazione. Questo avveniva proprio all’interno del campus dove molte persone vanno e vengono continuamente. Durante la stessa stagione ho organizzato un paio di altri eventi per i quali alcune persone mi hanno aiutato a tagliare la legna da ardere e a insegnare come tagliarla correttamente.

TC: Alla fine lo scopo del laboratorio era assaggiare lo sciroppo o mettere in piedi l’intera procedura?
CMM: Durante il primo laboratorio che era inteso per avviare la raccolta della linfa non abbiamo lavorato alla produzione dello sciroppo. Per produrlo è necessario attendere fin quando non si abbia abbastanza linfa da poter bollire, pensi che per ottenere 1 litro di sciroppo si devono bollire 50 litri di linfa. 50 a 1, è davvero molto. Ma poi abbiamo realizzato un altro evento. Non ne ho ancora parlato, ma abbiamo organizzato un festival di pancake “byob” (Bring Your Own Butter) dove ognuno portava il proprio burro. Le persone portavano il proprio burro e cucinavano i loro pancake; c’era anche lo sciroppo e intanto ne stavamo producendo altro. Lo sciroppo va cotto sul fuoco a legna cosi acquisisce in parte l’aroma del legno; va cotto molto lentamente in modo da fargli sviluppare il suo complesso sapore di caramello. La produzione di sciroppo d’acero è stata inventata dai nativi Americani, proviene da loro. I coloni Europei che sono venuti qui impararono il processo dai nativi Americani che lo stavano già producendo.

TC: Alla fine quindi cucinavate i pancake, li mangiavate e assaggiavate lo sciroppo che avevate prodotto? Si trattava una sorta di festa.
CMM: Si, era una festa. Abbiamo indetto una gara per eleggere chi cucinava i migliori pancake. Si, è stato un gran giorno, ci siamo divertiti molto ed è stato un bel modo per condividere il processo di produzione dello sciroppo d’acero.

TC: Si trova all’interno di casa sua?
CMM: Si, sono dentro casa.

TC: Perché alla sua destra c’è molta luce.

CMM: Si, mi trovo in veranda. È una bella stanza. Proprio là fuori ci sono gli alberi d’acero.

 

 

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