Cuauhtémoc Medina, Curatore capo al MUAC (Città del Messico)

Cuauhtémoc Medina, Chief Curator at MUAC (Museo Universitario Arte Contemporáneo), Mexico City.Cuauhtémoc Medina è Curatore Capo al MUAC (Museo Universitario Arte Contemporáneo) a Città del Messico. Tra il 2002 e il 2008, è stato il primo curatore associato per l’arte latinoamericana presso la Tate Modern di Londra; nel 2012, ha curato MANIFESTA 9 a Genk, Limburg, in Belgio. È critico d’arte, curatore e storico e ha conseguito il dottorato in Storia e Teoria dell’Arte dell’Università di Essex. In quest’intervista Medina discute dell’arte in Messico, dell’ascesa delle élite e dell’imprevedibilità del futuro.

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Divertimento dei ricchi o desiderio di rivoluzione?

Trascrizione della conversazione in basso 

 

Michela Alessandrini: La ringrazio molto, Cuauhtémoc Medina, per quest’intervista. Vorrei che mi parlasse della scena artistica messicana in particolare riguardo agli artisti, più o meno emergenti, coinvolti in alcuni dei suoi recenti progetti.
Cuauhtémoc Medina: Negli ultimi due decenni, Città del Messico è diventata un centro molto vitale per l’arte contemporanea. Si è addirittura sviluppata ben più di quanto pensassi. C’è un interessante aumento di strutture e istituzioni che accompagnano la pratica locale e portano la pratica nazionale a livello locale. Inoltre stiamo notando uno sviluppo rilevante del dibattito e un crescente numero di artisti attivi in questo ambito. Senza dimenticare che, per la prima volta in cento anni, ora anche qui esiste una connessione significativa tra la pratica contemporanea e un certo mercato, grazie a un’élite che sta creando un’interessante tensione tra il mercato e le questioni attinenti al pubblico. Allo stesso tempo viviamo un momento conflittuale del capitalismo contemporaneo. Vorrei fare una semplice generalizzazione su questo paese. Il Messico è un luogo in cui le geografie si scontrano, dove il Nord incontra il Sud. È un luogo in cui la proibizione delle droghe produce violenza nelle Americhe.
L’economia è, probabilmente, una delle più paradossali della Terra, perché appare come una realtà significativa nel mercato globale pur basandosi su un enorme livello di sfruttamento e disuguaglianza. La democrazia qui è incredibilmente complicata; si tratta di una democrazia mancata che al momento causa grandi tensioni.
Lo stesso mondo dell’arte locale è un ambiente molto complesso. Si tratta di un crocevia in cui troviamo artisti che si sono già fatti un nome e che, probabilmente, rispondono a un gusto plutocratico, se vogliamo parlare chiaramente. Ma in questo crocevia troviamo anche una scena emergente, attraversata da un’ansia politica e che si aspetta di avere un effetto sull’opinione pubblica, di rendere possibile un cambiamento radicale e di poter ampliare i propri mezzi per riuscire a produrre nuove letture di questa società, e non solo.
C’è una tensione generazionale tra artisti molto attivi, che tutti conoscono, presenti e visibili dagli anni Novanta, come Francis Alÿs, Carlos Amorales, Abraham Cruzvillegas, Gabriel Orozco, Enrique Ježik o Teresa Margolles e un numero molto significativo di artisti che in questo momento stanno “bussando alla porta” tentando di strappare la scena alla generazione precedente. Tra questi posso citare ottimi artisti concettuali come Fritzia Irizar che lavora sui temi dell’invisibilità dell’economia contemporanea, gruppi di artisti attivisti come Tercerunquinto o il collettivo Teatro Ojo, ma anche artisti che stanno producendo un lavoro meditativo molto interessante in rapporto alla condizione della società e della sua violenza, come Edgardo Aragón. È una scena vivace e conflittuale e credo che siano proprio queste due caratteristiche a renderla particolarmente stimolante. Esiste una relazione tra produttività e conflitto.

MA: Mi ha colpito molto un termine che ha utilizzato: élite. In che modo questa nozione si articola nel sistema, quello dell’arte in particolare?
CM: In Occidente è dato per scontato che l’arte sia, in gran parte, uno spazio privilegiato di rappresentazione per le classi più alte. In Messico, nel corso del ventesimo secolo, c’è stata effettivamente una separazione tra le classi alte e la produzione contemporanea, in parte a causa del carattere rivoluzionario del muralismo, ma anche per una sorta di gusto reazionario dell’élite dopo la rivoluzione messicana del 1910-1920. Oggi è molto chiaro che c’è stato un cambiamento e che alla fine le classi alte, quelle che si sono integrate nel capitalismo finanziario, ora appartengono alla struttura di produzione del mondo dell’arte. Collezionano arte, anche a livello internazionale; ci sono poi collezionisti internazionali che stanno acquistando opere in paesi che abbiamo sempre definito periferici.
Il fatto che ora esista un’alta borghesia integrata, legata alla crescita dei mercati finanziari, inserita sia nell’acquisto di opere d’arte che nella rappresentazione di se stessa attraverso eventi e istituzioni artistiche, è una caratteristica centrale di ciò che il mondo dell’arte contemporanea è oggi. Allo stesso modo, questa posizione dominante di alcune strutture plutocratiche rappresenta anche una fonte di energia e alimenta una forte ansia di tipo critico.
Un’ansia che cerca una spinta, un incoraggiamento sociale diverso, un significato differente per l’arte contemporanea che vada al di là dello spettacolo dei prezzi e dello svago delle classi alte. È anche chiaro che in questo momento vi sia una tensione costante tra le aspettative del pubblico e quelle dagli artisti che intendono conquistare un significato sociale con cui accompagnare il momento dell’affermazione. Anche questo fa parte del mondo contemporaneo caratterizzato dalla predominanza del mercato. Non mi piace parlare di mercato come se dipendesse solo dalla volontà e dal potere, perché questa convinzione offusca il vero motivo per cui, per esempio, i prezzi dell’arte contemporanea sono così alti.
La motivazione la si trova nel notevole divario tra le classi. C’è una piccola élite in tutto il mondo, che sta accumulando una parte significativa del prodotto e del capitale. Quell’élite gioca anche un ruolo importante nell’acquisizione e nella promozione dell’arte contemporanea. Questo è anche il motivo per cui il Messico è un luogo dove il conflitto tra i valori delle pratiche artistiche è molto vivo. Ma questo non è solo il nostro caso. È invece una novità per questo paese il fatto di essere ormai parte integrante della condizione generale dell’arte contemporanea, colta nel suo insieme.

MA: Mi piacerebbe sapere quali sono le sue previsioni per il futuro. Cosa crede che succederà?
CM: Sono uno storico e ho imparato che non si può prevedere nulla. L’unico modo di vivere il futuro è di entrarci dentro e intervenire. Non serve a niente fare delle previsioni, anzi questo atteggiamento porta inevitabilmente a essere passivi. È utile invece analizzare il presente per individuare la fattibilità delle nostre intenzioni e scegliere di agire in base a una certa direzione.
Per il momento sono molto impegnato a sostenere lo sviluppo del MUAC, Museo d’Arte Contemporanea dell’Università Nazionale del Messico, con l’intenzione di farne un’istituzione pubblica in grado di mediare tra il tempo intellettuale della produzione artistica e la grinta di un pubblico importante, tra il mondo accademico e l’eccitazione del mondo dell’arte. Anche questo si riallaccia alla possibilità di riunire diverse classi e poteri in un programma che includa artisti internazionali come Hito Steyerl, Harun Farocki o il Raqs Media Collective pur mantenendo una grande attenzione per la rappresentazione della storia di questo paese. Per esempio con il pittore e grafico Vicente Rojo, stiamo lavorando alla ricostituzione del lavoro di Proceso Pentagono, il gruppo messicano degli anni 1970. Tutto questo lavoro rappresenta un tentativo di comprendere la cultura contemporanea con tutte le sue complessità.
In questo ambito posso offrire il mio contributo per difendere lo spazio di quella complessità e spiegare quanto sia importante avere una sfera pubblica in cui il complesso intreccio di estetica intellettuale e condizioni attuali producano uno spazio di riflessione.
Mi sbaglierei se suggerissi che siamo in grado di prevedere quello che sta per accadere, sia a livello locale che internazionale. In parte perché è chiaro che oggi stiamo vivendo in un momento di grande conflittualità. Questo non è solo visibile in termini di brutalità di un certo spettacolo della violenza, ma anche nella grande trasformazione della struttura industriale che si sta muovendo verso Oriente. Mi riferisco ai conflitti che si stanno sviluppando come risultato del declino di potenze economiche centrali come l’Europa e gli Stati Uniti; alla latente carica di violenza proveniente da queste strutture imperiali che si sentono minacciate; ai cambiamenti che si stanno verificando in termini di cultura in un mondo globalizzato. Il nostro è un mondo globalizzato in cui nessuno condivide gli stessi valori e nessuno ha l’aspettativa di giungere a uno spazio di benessere comune.
Non posso prevedere cosa accadrà, perché nessuno lo può. È evidente che il concetto di produzione moderna è in un momento di forte transizione. È molto chiaro che siamo in una situazione in cui strutture dell’economia e della vita materiale sono state brutalmente trasformate proprio come il modo di intendere il nostro pensiero in relazione alla qualità della nostra vita. L’unica cosa che posso dire è che l’arte contemporanea è importante perché affronta queste questioni, anche nel suo essere a volte divisa tra il divertimento dei ricchi e la lotta per la rivoluzione. Questi due aspetti contraddittori fanno parte di quella condivisione con le tensioni dei tempi.

MA: Grazie mille!
CM: Di niente.

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