Hans-Ulrich Obrist, Serpentine Galleries, Londra (Capitolo 3/7)

Una conversazione sperimentale con Hans-Ulrich Obrist (Capitolo 3/7)

Conversazione continua…

Trascrizione della conversazione in basso

 

Tiziana Casapietra: Suppongo sia stato il desiderio di gestire e comprendere la moltitudine del mondo a sviluppare il tuo interesse verso le diverse discipline. Hai condotto interviste con scienziati, architetti, filosofi… Puoi dirmi di più riguardo a questo tuo interesse al di là dell’arte contemporanea?
Hans-Ulrich Obrist: Questa domanda riguarda l’interdisciplinarità, un termine molto problematico. Sottintende il coinvolgimento di molte discipline anche quando l’intenzione è invece quella di andare oltre le discipline. Piuttosto che di diverse discipline, preferisco parlare di diverse intensità; mi piace l’idea che si possano mettere insieme diverse intensità attraverso le mostre, lavorando insieme in un’esposizione. Principalmente mi considero un creatore di mostre: nel mio lavoro realizzo mostre, creo collegamenti tra opere d’arte, artisti, e professionisti di tutte le discipline
Come diceva J.G. Ballard, si tratta di creare collegamenti, ma si tratta anche di produzione di realtà perché alla fine, quella che stiamo realizzando, è una mostra.
Per arrivare all’esposizione, porto avanti numerose conversazioni prima, durante e dopo la mostra stessa. La conversazione è sempre stato il metodo con cui sviluppo il mio lavoro, ma non ne rappresenta l’aspetto principale. È una sorta di realtà parallela. Certamente, lavorare alle mostre, imparare per le mostre, mi ha condotto a registrare molte conversazioni con scienziati, architetti, letterati, persone con diversi tipi di formazione e provenienti da diversi ambiti disciplinari, o per tornare a una migliore definizione, provenienti da diverse intensità.
Condurre conversazioni è sempre stata la mia scuola: imparare e condividere questi dialoghi con le altre persone, pubblicandoli, e sperando che possano essere uno strumento, che possano avere un’utilità. In un certo senso questo progetto continuo delle conversazioni, coincide con l’idea di realizzare un archivio di tutte i dialoghi che conducono alle esposizioni.
Una mostra è un medium di durata limitata, molto spesso è effimero, e quello che abbiamo è un archivio di mostre. Ovviamente abbiamo anche le riprese delle esposizioni, abbiamo la documentazione, abbiamo i libri che sono stati pubblicati. Ma ritengo sia molto importante che ci siano queste conversazioni. Si tratta di una specie di polifonia composta da tutte le diverse persone con le quali ho lavorato e che ho registrato. Finora sono arrivato a 2.500 ore di registrazione.
È stato tutto ispirato da Studs Terkel il grande storico che ho incontrato da studente a Chicago. Studs Terkel ha registrato almeno 10.000 ore di conversazioni. Diceva che c’è un momento in cui tutto raggiunge una certa complessità ed è quindi possibile scrivere dei libri. Non è solo questione di pubblicare queste interviste come interviste, ma di renderle un punto di partenza per scrivere libri, ed è quello che sta succedendo ora. Dopo circa 20 anni ho iniziato a scrivere di più, non solo pubblicando le interviste, ma trasformando queste conversazioni in libri, in libri scritti. In questo senso “Fare una mostra” è il primo libro ed è qualcosa che continuerà. C’è un ulteriore aspetto: noi viviamo in un’era digitale e tutte queste conversazioni sono registrate digitalmente e spesso sono anche filmate.
La domanda quindi è: cosa ne sarà di questo materiale? I libri sono una possibilità, e io sono ancora molto affezionato ai libri, ma spero e credo esistano altre possibilità per rendere pubbliche queste conversazioni, questa grande polifonia di voci. Penso sia molto interessante la possibilità di taggare: possiamo trovare il modo di taggare le parole. Finora lo abbiamo fatto con Cedric Price. Insieme agli studenti dell’Università di Lüneburg, Armin Linke, Markus Miessen e l’architetto Wilfried Kuehn, abbiamo taggato tutte le mie interviste con Cedric Price, tutte le mie infinite conversazioni con Cedric. Durante la sua vita, negli anni novanta e all’inizio del duemila, ci incontravamo sempre presto, verso le sette o le otto del mattino, nel suo ufficio di Londra. Ogni volta registravo un aspetto diverso del suo archivio, un nuovo progetto: poteva essere il “Pop-up Parliament”, il “Fun Palace”, il “Potteries Thinkbelt”, la sua idea di “School on the Move” o del sistema ferroviario abbandonato. E tutta la sua idea che la curatela sia connessa all’urbanistica, un tema di cui abbiamo discusso spesso anche con Stefano Boeri, in Italia, e che ha condotto a diversi progetti come “Mutations” con Rem Koolhaas. Con “Cities on the Move” abbiamo riflettuto insieme su come l’urbanistica e la curatela possano essere unite.
L’intero archivio delle conversazioni con Cedric è stato taggato e questo significa che ora è possibile richiamare ogni parola: possiamo per esempio cliccare la parola “ombrello” e vengono evidenziati i due momenti nelle mie conversazioni in cui si parla di ombrello. Una è la conversazione in cui Cedric propone il progetto “umbrella city” (“città ombrello” N.d.T.). È molto scomodo doversi sempre portare dietro un ombrello quando si cammina per Londra dove piove molto spesso. Così abbiamo pensato che sarebbe fantastico avere degli ombrelli pubblici, che saltano semplicemente fuori quando servono. Cedric teneva sempre un ombrello nel suo studio. C’è un altro momento nella nostra conversazione in cui, all’improvviso, lui ha aperto un ombrello e lo potevi vedere là sotto. È stato come una performance.
Se si clicca su “Fun Palace”, si scopre che durante le conversazioni, ne abbiamo parlato ventisei volte. Abbiamo parlato di tutti i differenti aspetti di questa grande istituzione irrealizzata che in effetti è il “Fun Palace”.
Possiamo immaginare che il progetto di taggare e digitalizzare le interviste continuerà oltre Cedric, coinvolgendo molti altri protagonisti con cui ho intrattenuto conversazioni. Possiamo anche immaginare che, nel prossimo capitolo, inizieranno persino a parlare fra loro dando vita a una vera polifonia. Questo è sicuramente il progetto per il futuro.

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