Hou Hanru, Direttore artistico del Museo MAXXI (Roma)

hou-hanru-bella-e1447058021159-300x300Hou Hanru è nato a Guangzhou in Cina e ha studiato presso l’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino. Si è trasferito a Parigi negli anni novanta e a San Francisco nel 2006, dove è stato Direttore delle esposizioni e dei programmi pubblici e Responsabile dei sistemi espositivi e museali al San Francisco Art Institute. Nel 2013 è stato nominato Direttore Artistico del MAXXI, Museo nazionale delle Arti del XXI Secolo a Roma.
Questa intervista si è svolta nel suo ufficio romano e ruota attorno alle nozioni di complessità, realtà e azione e a come queste nozioni si configurino all’interno del suo lavoro di curatore istituzionale “in movimento”. La registrazione audio è una conversazione supplementare avvenuta per telefono e contiene alcune domande su Cities on the Move suggerite da Hans Ulrich Obrist a Michela Alessandrini e le relative risposte di Hou Hanru.

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Una conversazione con Hou Hanru, il Direttore Artistico del MAXXI, Roma

Trascrizione della conversazione in basso 


 

Michela Alessandrini: Qual è il tuo approccio alle varie culture che hai incontrato lungo il tuo percorso curatoriale?
Hou Hanru: Molto spesso non mi metto a pensare a che tipo di cultura ci sia in un certo luogo ma, piuttosto, a che tipo di realtà. Alla fine, più ci si scontra con varie situazioni reali, più emergono similitudini e comunanze. Viviamo in un tempo in cui si può effettivamente viaggiare da un luogo all’altro pur restando in un contesto metropolitano simile. Penso che il mondo in cui lavoriamo, invece di esprimere differenze culturali sulla base della distanza geografica che separa le varie società, sia caratterizzato da società in cui coesistono molti livelli culturali diversi, molti sistemi culturali diversi. Ciò significa che esiste una situazione multiculturale in ogni luogo. Per me, la domanda più interessante è come convivere con questo multilivello di differenze culturali.
Molto spesso, la differenza si rivela essere così reale che influenza il nostro comportamento nella vita di ogni giorno e il modo di pensare al proprio lavoro. Ciò sottintende, sistematicamente, alcuni tipi di rapporti politici. Per me, la motivazione che mi spinge a incontrare questa complessità è il desiderio di capire come, in ogni luogo, io possa essere il più possibile aperto, tollerante e generoso per consentire a queste differenti culture di esprimersi allo stesso modo. Il mio lavoro si basa su questa sfida. Fondamentalmente, lavorare come curatore nelle arti e per un museo significa riflettere su quanto la creatività contemporanea possa dare voce a questo desiderio e a questa speranza. Non so se ho risposto alla tua domanda, ma è questo ciò che motiva tutti i miei sforzi.

MA: Ok, quindi, se ho capito bene quello che stai dicendo, essere un curatore in un luogo specifico significa essere in grado di esprimerne la complessità.
HH: Sì, assolutamente. Soprattutto attraverso le opere, al fine di consentire agli artisti di esprimersi in modo completo: bisogna offrire loro le migliori condizioni. Allo stesso tempo, significa creare uno spazio in cui queste espressioni possano essere viste da tutti, anche questo è molto importante. In qualche modo, fare una mostra non è semplicemente presentare le migliori opere d’arte; si tratta anche di un processo in cui tutti possono avere la possibilità di partecipare e condividere un’idea anche nel caso in cui questa sia impegnativa, intellettualmente parlando. Credo davvero che la società possa evolversi solo se questa sfida intellettuale viene condivisa dalle persone.

MA: Come si può esprimere questa complessità in un museo?
HH: Un museo ha molteplici funzioni. Per definizione è un luogo che presenta alcune delle opere più interessanti di diversi periodi storici e per i musei d’arte contemporanea si tratta della storia recente o attuale. Non è solo un luogo dove si conservano dei prodotti, ma anche il luogo dove le persone possono interagire con produzioni culturali di diversi periodi della storia e di oggi. Inoltre, un museo può diventare un sito attivo della produzione. Gli artisti possono utilizzare i suoi spazi come un’estensione dei loro studi. In più, il museo è anche un istituto dove la ricerca, l’istruzione, lo scambio con il pubblico diventano missioni sempre più centrali. Questo rende il museo un attore molto attivo nella realizzazione di una nuova cultura sociale. Una tendenza importante del museo contemporaneo è quella di diventare parte attiva della società civile.

MA: Si può dire che questa sia la tua idea del museo del futuro?
HH: Probabilmente si, del presente e del futuro. Un museo dovrebbe continuare a rappresentare una sorta di protezione per le complessità, per le differenze culturali e per quelle idee, prodotti e progetti che sono intellettualmente stimolanti. Penso che la società abbia bisogno di istituzioni e organizzazioni che preservino ciò che si suppone essere sperimentale, complicato e controverso in quanto parte molto importante della conoscenza attuale. È molto importante che il museo sia anche in grado di fornire le condizioni affinché questi progetti intellettualmente complicati esistano. In caso contrario, si rischia di soggiacere all’industria dell’intrattenimento.

MA: Il MAXXI è il Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Come si articola la contemporaneità di quest’istituzione all’interno di una città, come quella di Roma, così influenzata dal passato?
HH: Il fatto che una città sia influenzata dal passato non è un problema in sé. Questo è in realtà ciò che rende Roma diversa da tutte le altre città del mondo e potrebbe essere visto come un vantaggio. In un certo senso, questo legame con la storia può essere un modo di partecipare, di contribuire al contemporaneo. Il “contemporaneo” non è qualcosa di definito, non è un’immagine definita, ma dovrebbe sempre implicare le varie diversità. Dovrebbe essere implicata una diversità. Essere in contatto con la storia potrebbe essere un elemento importante per contribuire a produrre il paesaggio contemporaneo. La questione centrale è che il contemporaneo non deve essere inteso come una cosa definita ma, piuttosto, come un sistema dinamico che evolve sempre. Con l’essere troppo vicini alla storia si rischia di percepire meno la necessità di cambiare. In tal caso, questa vicinanza potrebbe diventare un problema.
Come possiamo fare in modo che questo rapporto con il passato e con la storia ci offra la possibilità di creare il nuovo? Si tratta di una sfida interessante per noi. Comunque, credo che per un museo come il MAXXI questa non sia la questione principale. La questione principale invece è riuscire a riportare l’istituzione dentro alla realtà socio-politica senza impantanarsi nei canoni estetici. Per un museo come il MAXXI la cosa più importante è capire come continuare a inventare nuove relazioni tra la creazione artistica contemporanea, le idee e i progetti d’architettura e la realtà in continuo cambiamento. Ciò significa osservare come la città e la sua identità culturale cambiano. Inoltre per comprendere tutti questi cambiamenti dobbiamo inserirli in una prospettiva globale. Dobbiamo essere aperti a diversi tipi di creazione contemporanea nel mondo senza seguire ciecamente una sola linea, una sola narrazione della storia dell’arte e dell’architettura. Poi, naturalmente, ci dobbiamo inevitabilmente confrontare con una serie di domande relative al sociale, all’ecologico, all’ambientale, all’individuale, e così via. Queste sono le questioni per noi. Ecco perché ho proposto al museo di soffermarsi su tematiche molto importanti, come la crisi della democrazia o la ricerca di soluzioni e proposte diverse per connettere la creazione artistica alle persone. Ma ci chiediamo anche come trasformare il museo in un laboratorio che proponga riflessioni su alcune questioni politiche e culturali della società contemporanea. Ritengo che sia necessario ridefinire il nostro rapporto con questo mondo che cambia, a partire dal rapporto con il nostro stesso lavoro. Alcuni concetti e definizioni fissati da tempo devono cambiare. Ad esempio per quanto riguarda l’idea di Europa: chi è europeo e perché? Che cosa è l’Europa? Se non guardiamo a questi aspetti nella prospettiva di importanti connessioni con il Mediterraneo e altre parti del mondo, l’Europa non starà più in piedi.
Tutte le crisi che stiamo affrontando oggi sono in qualche modo legate al fatto che questa nuova prospettiva non sia stata ancora presa in considerazione nei progetti sociali, nelle azioni politiche ed economiche.
Anche noi siamo limitati a un certo tipo di tradizione, culturalmente parlando. Ma questo è un momento molto interessante. E per questo credo che dovremmo esplorare a fondo il rapporto tra l’Europa e le regioni del Mediterraneo.

MA: Come vorresti farlo?
HH: Abbiamo una serie di programmi che presentano artisti provenienti da queste regioni ma non li presenteremo così come sono, ma guarderemo anche ai rapporti e alle interazioni tra le varie parti. Abbiamo iniziato qualche mese fa con una grande esposizione sull’Iran (n.d.r.: Unedited History. Iran 1969-2014) e ora stiamo lavorando su Istanbul e presto, probabilmente, ci sarà Beirut; lavoriamo anche su singoli artisti, registi e così via. Per esempio stiamo pensando di realizzare un progetto più ampio con il regista Amos Gitai il prossimo anno.

MA: Che cosa è urgente ora, secondo te, in una parola?
HH: Che cosa è urgente ora? Questa è una domanda molto interessante. Ciò che è urgente è l’azione. Questo non significa solo essere molto reattivi, ma anche avere progetti culturali concreti. È urgente pensare e agire per definire un certo punto di vista per il mondo. Credo che viviamo in un tempo in cui tutti gli eventi che accadono intorno a noi abbiano completamente superato la nostra capacità di percezione. Pensare a un progetto per il mondo diventa del tutto impossibile. Comunque, penso che sia urgente agire per ripensare questa situazione.

MA: Grazie mille!

Alcune domande suggerite da Hans Ulrich Obrist a Michela Alessandrini

Michela Alessandrini: La prima domanda da Hans Ulrich Obrist riguarda l’archivio di Cities on the Move.
Hou Hanru: Nell’archivio di Cities on the Move c’è tutta la comunicazione con gli artisti coinvolti del progetto, le diapositive, i libri e così via. La maggior parte dei materiali si trova attualmente ad Hong Kong presso l’AAA Asian Art Archive dove vengono scannerizzati. Sto aspettando che finiscano il lavoro e mi restituiscano gli originali. Questa è la situazione.

MA: Come hai sviluppato l’archivio? Che cosa vi si può trovare in particolare?
HH: Per il momento vogliamo solo cercare di mantenerlo organizzato, affinché in futuro possa servire alla ricerca. Un archivio è un archivio, lo stiamo riorganizzzando e rendendo disponibile a chiunque voglia usarlo. Probabilmente presto lavoreremo a un libro, spero l’anno prossimo. C’è la possibilità di lavorare con Afterall (un centro di ricerca con casa editrice di Londra, ndr) che produce libri su grandi mostre. Inoltre, recentemente sono stato invitato a tenere una conferenza a Londra proprio su Cities on the Move.

MA: È questo il libro non realizzato di cui ha parlato Hans Ulrich nella sua seconda domanda?
HH: Credo che sia questo. Probabilmente avremo la possibilità di rivisitare Cities on the Move. Questo progetto ha viaggiato in sette luoghi diversi nel mondo. Ci sono molti materiali e non è stata mai prodotta una specie di sintesi di questo progetto che, in quel momento, è stato molto speciale e innovativo. Penso che oggi sarebbe impossibile ripetere lo stesso esercizio, a causa del particolare momento in cui viviamo, delle condizioni attuali. Non è stata semplicemente un’esposizione itinerante perché veniva reinventata ogni volta. Si tratta di un laboratorio permanente di creazione urbana.

MA: OK, bene, grazie per il tuo tempo!
HH: Bene!

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