Lorenza Baroncelli in conversazione con Simone C. Niquille

Simone C. Niquille 2Simone C. Niquille è una graphic designer e ricercatrice svizzera specializzata in strategie visive. È membro del collettivo Space Caviar con sede a Genova.

Lorenza Baroncelli, laureata in architettura, è ricercatrice e curatrice attiva a livello internazionale. È tra i fondatori di “White Hole”, uno spazio espositivo inaugurato a Genova all’inizio di quest’anno con l’obiettivo di attivare un’indagine critica sulla relazione tra tecnologia, autorità, paesaggio e la vita quotidiana.

Questa intervista, realizzata grazie a Skype, introduce il video “Fortress of Solitude” realizzato da Simone C. Niquille e proposto da “White Hole” nel corso del mese di Febbraio. L’autrice tenta di rispondere a domande sul senso e sulla funzione della casa di oggi. Possiamo ancora parlare di focolare domestico? Esiste ancora un luogo, uno spazio architettonico, che possiamo chiamare “casa”?

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Simone C. Niquille parla del video “Fortress of Solitude”

Trascrizione della conversazione in basso

Lorenza Baroncelli: Per cominciare, vorrei ringraziarti per esser stata la prima artista di questo progetto. Dodici interviste che la galleria “White Hole” sta realizzando in collaborazione con Radicate.eu. Inoltre sei stata la prima artista ad esporre nella galleria quindi, prima di tutto, grazie.
Simone C. Niquille: Grazie a voi.

LB: Fortress of Solitude” (Fortezza della Solitudine) è il titolo del video presentato alla “White Hole”. Vorrei chiederti come sei giunta all’idea di questo video e qual è il tema trattato.
SN: “Fortress of Solitude” fa parte di un progetto che stiamo realizzando allo Space Caviar, un collettivo con sede a Genova. Stavamo realizzando il programma culturale per la “Biennale Interieur 2014” (n.d.r: a Kortrijk, Belgio), un’ampia ricerca sul senso della casa di oggi, su cosa significhi avere una casa intesa come spazio architettonico, e se una casa percepita come focolare domestico esista ancora.
Le premesse erano quelle di dimostrare che la casa non esiste più, è stata penetrata da… Ci stiamo muovendo sempre di più e non è più necessario avere una casa; la casa non è più uno spazio e, in qualche modo, è diventata uno stile di vita.
Pensiamo al fenomeno airbnb e alla possibilità di monetizzare le nostre case; in questo senso “Fortress of Solitude” è un film che tenta di indagare il futuro della casa, focalizzandosi su cosa significhi vivere in una casa tecnologica.
Lo stesso titolo si riferisce alla casa dei fumetti di Superman, è il suo nascondiglio tra i ghiacciai, e la chiave è così pesante che solo Superman riesce a entrare. Questa “Fortezza della Solitudine” è divisa in comparti, uno di questi, quello tecnologico, è abitato da strani robot che sbrigano tutte le faccende durante la sua assenza. Il video “Fortress of Solitude” cerca di riprendere la stessa idea.
È dal 1920, da quando l’elettricità è stata introdotta nelle nostre case che speriamo di non dover più pulire e prenderci cura della casa. Se non possiamo permetterci un maggiordomo o un cameriere, iniziamo a sognare un robot che possa occuparsi di casa nostra, gratuitamente. E noi ci siamo chiesti quali siano le conseguenze di tutto questo.

LB: Per quale ragione hai deciso di parlare dell’ambiente famigliare della casa?
SN: La Biennale è divisa in due parti: la prima è dedicata al programma culturale mentre la seconda è una fiera tradizionale con mobili, apparecchiature e dispositivi da interni. È interessante guardare allo spazio in cui tutti questi oggetti verranno collocati. Quando compri una sedia, per cosa la stai acquistando? La stai comprando per una casa, ma cosa significa realmente avere una casa? Quali sono gli oggetti che si suppone debbano essere esposti in un contesto come una fiera d’interni? Sono sempre i mobili o stanno diventando oggetti completamente diversi?
Una fiera di mobili dovrebbe esporre lo smartphone, visto che si tratta di un oggetto con il quale in qualche modo viviamo.
Per noi si tratta di un’indagine interessante che riguarda lo spazio a cui questi oggetti sono destinati. Anzi, ci chiediamo anche se questo spazio, chiamato casa, esista ancora.

LB: Qual è, nel video, il ruolo della sorveglianza degli spazi? Sorveglianza, non solo in relazione allo spazio, ma anche al corpo.
SN: È interessante riflettere sul termine “survenience” che, in inglese, è la combinazione tra le parole sorveglianza (surveillance) e comodità (convenience).
Ci interessa studiare la sorveglianza che emerge accidentalmente quando cerchiamo la comodità, una vita più facile e proviamo a svolgere i nostri compiti diversamente rispetto a come eravamo abituati. Per questo non siamo interamente consapevoli delle conseguenze. Ne abbiamo un esempio anche nelle nostre case, se guardiamo all’Internet degli Oggetti, a questa idea dei dispositivi connessi tra loro, in grado di comunicare insieme. La macchina del caffè è in grado di accorgersi quando finisce il caffè e di comunicarlo al frigorifero che a sua volta lo ordinerà. È una specie di gioco di squadra. Tutto questo ci appare come una comodità, non devo più acquistare il caffè, non devo nemmeno più pensare se c’è il caffè nella macchina del caffè perché tutto questo avverrà, come per magia, dietro alle quinte.
Il punto è questo: acquistando questi oggetti, introduciamo nelle nostre abitazioni qualcosa che non comprendiamo appieno e alle nostre spalle si mette in moto una sorta di comunicazione. Sono gli oggetti ad occuparsi del nostro spazio domestico e noi non capiamo completamente come questi oggetti comunichino tra loro o con chi. Ma se non conosciamo pienamente come tutto questo funzioni, se non proteggiamo questi oggetti, rischiamo che visitatori esterni si introducano nei canali interni che abbiamo creato introducendo questi dispositivi nelle nostre case.

LB: Cosa puoi dirci riguardo alla struttura del video? La trama, gli attori principali, come hai scelto le immagini e la grafica.
SN: Il video è diviso in tre capitoli, l’intero film dura venti minuti ed è stato girato in quattro diverse zone geografiche. Anche se la maggior parte delle riprese sono girate in interni, i luoghi che abbiamo scelto sono perlopiù architetture visionarie e futuristiche come la Nagakin Tower, la Capsule Tower a Tokyo, o la casa di Van Schijndel ad Utrecht, Olanda. La casa di questo architetto, all’avanguardia per i tempi in cui è stata costruita, è un esempio interessante perché dall’esterno presenta una facciata completamente chiusa, ma quando entri, è molto luminosa e trasparente. È come un castello, l’esterno sembrerebbe murato, ma quando sei dentro non è per niente così. Abbiamo giocato con l’idea di trasparenza, invisibilità e privacy. Oltre a questi siti architettonici abbiamo utilizzato airbnb per raggiungere luoghi come Hong Kong o il Giappone, in particolare Tokyo. Per il viaggio numero uno ad esempio, abbiamo scelto Hong Kong perché ci hanno detto che lì vengono utilizzate serrature intelligenti dotate di codici anziché di chiavi.
Questo è il livello visivo, ma ce n’é anche uno testuale, uno scritto che viene letto da un bambino, una sorta di voce fuori campo. C’è inoltre una conversazione che avviene attraverso messaggi testuali che compaiono ogni tanto sullo schermo, questa conversazione avviene tra un’immaginaria madre single e la sua casa. Qualche volta la voce del bambino che legge sembra riferirsi alle indicazioni appena apparse nei messaggi scritti che si scambiano madre e abitazione, ma essenzialmente non hanno nessuna relazione tra loro. La conversazione riporta parole comuni,  per esempio “casalinga”,  e improvvisamente la casa diventa la casalinga, perché è lei a trascorrere tutto il tempo con il bambino mentre la madre è fuori casa per lavoro. E noi guardiamo a questa relazione dove a un cero punto, senza esagerare troppo, la madre diventa gelosa delle casa perché trascorre tutto il tempo con il figlio mentre lei è a lavorare. E la casa si diverte con il bambino disegnando od organizzando attività simili. Per questo penso che vi siano differenti livelli di lettura nel film.
Un altro livello è rappresentato dalla colonna sonora, realizzata in collaborazione con M.A.S.H. Insieme ci siamo domandati quale possa essere il suono prodotto da una finestra che si apre in una casa intelligente, pensando che non possa essere tanto diverso da come è ora. Abbiamo riflettuto su questo scenario, alle cose che faresti in una casa intelligente,  come alzarsi, lavare i piatti, e ad immaginare queste attività nel contesto di una  casa intelligente.

LB: Come ti è sembrato il tuo video in un contesto come quello della galleria “White Hole” dove ci sono strane regole, non puoi entrare, lo spazio è molto piccolo, è aperto 24 ore al giorno,… Come ha funzionato questo spazio con il tuo video?
SN: Credo sia interessante perché molte riprese del video avvengono in interni, in spazi in cui non puoi entrare e questa è una curiosa analogia. Inoltre, il fatto che non si possa entrare in un luogo in cui sta comunque avvenendo qualcosa, connota la situazione di un elemento catastrofico, apocalittico. C’è qualcosa di ipnotizzante in uno spazio nel quale non puoi entrare; resti lì davanti, fermo, con lo sguardo fisso, ed è qualcosa che normalmente facciamo con il nostro smartphone quando lo fissiamo mentre stiamo passeggiando. È bello vedere l’architettura trattata così: l’architettura diventa qualcosa davanti a cui stare, e se non ti trovi dietro a chi sta osservando l’interno della galleria, non puoi capire che quello che sta guardando è un film. È un’esperienza simile a quella che si ha in autobus quando vedi le persone con lo sguardo basso intente a guardare lo schermo del proprio telefono.  È interessante avere tutto questo trasferito all’interno di uno spazio architettonico.

LB: Com’è il tuo profilo su Twitter? Hai un nome particolare, TechnoFlesh, per quale ragione lo hai scelto?
SN: Credo corrisponda al nome della mia pratica, una sorta di connubio tra tecnologia e carne o tra tecnologia e corpo. Penso si tratti di qualcosa di strano che stiamo facendo, più o meno consapevolmente; stiamo iniziando ad intersecare tecnologia e corpo in modo molto più consistente rispetto, per esempio, a quando indossiamo un orologio o portiamo stampelle se ci rompiamo una gamba. Abbiamo iniziato a inserire pacemaker nel nostro corpo quando il cuore non funziona bene, ma il pacemaker ha bisogno di batterie e in questo modo si crea una dipendenza nei confronti di queste tecnologie. È qualcosa che non ci saremmo mai aspettati, ma lo facciamo perché pensiamo che ci possa aiutare. Tutto questo ha attirato molto la mia attenzione. Vuoi qualcosa che ti aiuti ma che richiede una diversa organizzazione del tempo, proprio come una casa intelligente. TechnoFlesh è questo, penso sia una bella parola e, se avessi un gruppo metal, lo chiamerei così, ma non ce l’ho… Penso sia una bel termine per parlare di entrambe le cose, della tecnologia e del corpo.

LB: Ti ringrazio per l’intervista e per essere stata l’icona della galleria “White Hole”. Essendo stata la prima artista ad esporre, hai dato la prima impronta alla galleria e per noi è stato molto importante, grazie.

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