Maddalena Bregani, Mare Solido 01: La Nave Fantasma (Multiplicity)

Schermata 2015-11-29 alle 21.47.46Un lavoro di Multiplicity presentato a Documenta 11 nel 2002 che, a 13 anni di distanza, oggi è più attuale che mai. Un’analisi lucida sul Cimitero nel Mediterraneo.

Maddalena Bregani è attiva nel campo della produzione culturale e della comunicazione. Vive a Milano e la sua ricerca è focalizzata principalmente sulla diversità dei linguaggi dei nuovi media affrontati con un approccio sperimentale e interdisciplinare.
In questa conversazione ci parla di “Solid Sea 01: the Ghost Ship” (Mare Solido 01: La nave Fantasma) un lavoro che è stato presentato per la prima volta a Documenta 11 nel 2002.
Nonostante risalga ai primi anni duemila, il lavoro è tristemente attuale. Guardandolo, ci ritroviamo ancora una volta di fronte all’irrisolta e spietata realtà della crisi dei migranti e delle innumerevoli morti del Mediterraneo.
Affinché le vittime e le loro famiglie siano rispettate, il video è protetto da una password: Multiplicity_2002

English version here


Mare Solido (01): La Nave Fantasma. Un Cimitero nel Mediterraneo

Trascrizione della conversazione in basso

  • Solid Sea 01: the Ghost Ship. Per rispetto verso le vittime e le loro famiglie questo video è protetto da una password: Multiplicity_2002

  • Una conversazione via Skype con Maddalena Bregani sul Mare Solido e la Nave Fantasma

 

Tiziana Casapietra: Allora Maddalena volevo che tu ci parlassi del video “Solid Sea”: l’ho visto a Documenta 11 (ndr: Kassel, Germania) ormai più di dieci anni fa e mi aveva impressionato, è uno dei lavori che ricordo in modo più vivido e lucido. Mi è rimasto impresso per la sua spietatezza, ma allo stesso tempo è anche poetico. E a distanza di anni è incredibilmente e drammaticamente attuale.
Maddalena Bregani: Questo lavoro è nato a seguito della richiesta di Okwui Enwezor a Multiplicity di presentare un lavoro per Documenta 11 di cui lui era il curatore. Eravamo nel 2002 e Multiplicity era una rete multidisciplinare di artisti, architetti, ricercatori, geografi attiva da un paio di anni.
Avevamo scelto il tema del Mediterraneo perché eravamo stati colpiti, da un’inchiesta apparsa su La Repubblica del giornalista Giovanni Maria Bellu che abbiamo coinvolto nel lavoro.
Il gruppo di Multiplicity, una rete di diverse persone che si attivano a seconda dei progetti, in quel caso era formato da Stefano Boeri, Francisca Insulza, Francesco Jodice, Giovanni La Varra, John Palmesino, Maki Gherzi, Paolo Vari e da me.
Avevamo letto sul giornale che a distanza di cinque anni stava finalmente venendo alla luce il più grande naufragio avvenuto nel Mediterraneo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Le vittime erano 283 persone. Questo naufragio era stato negato per ben cinque anni.
I fatti erano andati così: nel 1996, il giorno dopo la notte di Natale, la nave di un armatore greco con un carico di quattrocento profughi ed emigranti era partita da Cipro, attraversando il Mar Mediterraneo, per raggiungere prima Malta e poi la costa siciliana.
Ma fra Malta e la costa siciliana c’era stata una grande tempesta. Questi trasbordi funzionano in questo modo: in un qualche porto del Mediterraneo, una nave più grande raccoglie i passeggeri ma poi subentrano delle sorte di Tender, pescherecci più piccoli che servono a portare la gente a riva.
In questo caso, nel momento in cui dalla grande nave i passeggeri dovevano trasbordare sulla piccola c’era stata una tempesta ed era successa la tragedia, perché la barca più piccola era stata riempita troppo e la gente era caduta in mare. Solo una ventina di passeggeri si era salvata.
Naturalmente il capitano della nave non aveva chiesto aiuto perché si trattava assolutamente di una cosa clandestina e aveva preferito trasbordare i superstiti in Grecia.
Da lì i superstiti e poi i parenti delle vittime avevano denunciato quanto era accaduto ma la capitaneria di Malta, la polizia, la guardia di finanza e i carabinieri siciliani avevano detto che le ricerche non avevano mai evidenziato la presenza della nave.
Cinque anni dopo un pescatore di Portopalo (ndr: Sicilia, Italia) aveva raccontato la storia al giornalista Giovanni Maria Bellu.
Questo pescatore diceva che da anni i pescatori di Portopalo e della zona pescavano cadaveri e sapevano esattamente che era avvenuto un naufragio proprio in quel punto, appena fuori le acque territoriali italiane.
Allora Giovanni Maria Bellu con una telecamera di quelle che si usano per scoprire i resti archeologici sott’acqua era andato a indagare insieme a Salvatore Lupo, il pescatore siciliano. Fu così che emersero i resti del naufragio.
E noi nel nostro lavoro abbiamo messo in scena tutta la storia in questo modo: c’erano due sale, in quella grande abbiamo proiettato sui lati più corti due proiezioni opposte.
Da una parte il video di questa telecamera che, a un certo punto, scopre i resti sott’acqua; dall’altra l’immagine meteorologica tratta dai siti web che si occupano di meteo, di quel giorno, di quel momento, con indicato il punto esatto nel Mediterraneo dove era avvenuta la tragedia. Nell’altra sala avevamo raccolto le voci di tutti i protagonisti. Questo lavoro era stato realizzato sul campo da alcuni di noi andando a intervistare i pescatori e anche utilizzando il girato di una puntata televisiva speciale realizzata per un programma per Rai Tre, “L’elmo di Scipio”, da Enrico Deaglio che molto generosamente ci aveva dato tutti i girati delle interviste realizzate per l’inchiesta su questa storia. E avevamo ricostruito le diverse voci che, naturalmente, erano discordanti.
La cosa impressionante di questo lavoro è che è praticamente la situazione ad oggi… Lì ci aveva sconvolto perché c’erano queste persone sott’acqua, si trattava della tragedia più grande dal dopoguerra e per anni era stata negata, nessuno si era preoccupato, non erano state fatte ricerche e sott’acqua c’erano i corpi di queste persone che non potevano essere riconosciuti. E dalle voci delle famiglie che avevamo raccolto risultava quanto il fatto fosse veramente drammatico.
Bisogna anche tenere conto della questione psicologica di una madre, di una moglie, di un genitore che non sa se il figlio è morto o no. Gli stessi organizzatori del viaggio per non essere denunciati inscenavano finte telefonate ai parenti dei deceduti nelle quali si diceva che i loro congiunti erano ancora vivi.
Per le famiglie si creavano situazioni veramente drammatiche e assurde. Senza i certificati di morte, i parenti dei defunti non potevano rivalersi sulle assicurazioni e le mogli, magari con figli a carico, non potevano risposarsi.
Questo fatto è avvenuto nel 1996 ed è agghiacciante che, a distanza di vent’anni, la situazione sia peggiorata in modo esponenziale. Ormai, il nostro Mediterraneo è un cimitero.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

TC: Dopo Documenta questo lavoro è stato mostrato ancora?
MB: Si, ha girato molto. In Italia è stato presentato alla Fondazione Pistoletto, e qui a Milano allo spazio Xing che era in Piazzale Lima.
E poi ha girato in Europa. Per esempio in Germania è stato presentato alla Generali Foundation. Ma all’epoca non facevamo parte della rete dell’arte contemporanea. Era la prima volta che il nostro gruppo entrava nel circuito dell’arte contemporanea. Personalmente ero anche un po’ stupita di avere questo cartellino con scritto “artist” a Documenta.
Multiplicity era nato qualche anno prima nel 2000, in occasione della presentazione di “USE Uncertain states of Europe” a Bordeaux alla mostra “Mutations” a cui partecipavano Rem Koolhaas, Hans-Ulrich Obrist e a cui era stato invitato anche Stefano Boeri per parlare dell’Europa, dei mutamenti che stavano accadendo.
In quell’occasione si era creata la rete multidisciplinare di Multiplicity che aveva realizzato un lavoro di due anni sull’Europa; Okwui Enwezor lo aveva visto e per questo ci aveva invitato a Documenta.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

Multiplicity, Solid Sea 01: the Ghost Ship, 2002.

TC: Allora ti ringrazio e cercheremo di farlo girare ancora perché a mio avviso, è scioccante quanto sia attuale un lavoro di più di dieci anni fa.
MB: Infatti ti ringrazio dell’occasione. Anzi volevo dire ancora una cosa. Perché “Solid Sea”? Attraverso questo lavoro volevamo dire che il mar Mediterraneo considerato culla della civiltà, luogo di incontro di culture diverse, in realtà è un mare solido, una sorta di barriera. Questo fa si che ogni identità non incroci mai le altre, sia che si tratti degli immigrati che arrivano coi barconi piuttosto che i turisti sulle navi da crociere, i pescatori, i marinai, i tecnici dei sottomarini e delle piattaforme… È come se ci fossero tante identità e ognuna avesse un suo canale che non incrocia ma quello degli altri.
Ogni tanto capita che queste specie di strade che percorrono il mare solido si intercettino e succedono cose strane. Ed è così che i pescatori hanno pescato i cadaveri dei clandestini per fare un esempio. Il nostro è un mare solido. Chi si affaccia al nostro mare e lo percorre è quasi obbligato a prendere una identità molto rigida, a non guardarsi intorno, per cui per esempio chi viaggia per turismo non guarda. Capita raramente, ogni tanto ci sono certe immagini di turisti che prendono il sole con i cadaveri delle persone di fianco. Questo è il mare solido.

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