Matteo Lucchetti: Visible e le pratiche artistiche socialmente impegnate

Schermata 2015-10-16 alle 13.08.55In previsione del 2015 Visible Award: Temporary Parliament (Premio Visible 2015: Parlamento Temporaneo), il cui conferimento è previsto per il 31 ottobre presso il Comune di Liverpool, pubblichiamo la nostra conversazione con Matteo Lucchetti, durante la quale ci ha presentato Visible.
Visible è un progetto di ricerca dedicato all’arte contemporanea e al suo coinvolgimento nella sfera sociale, lanciato da Cittadellarte – Fondazione Pistoletto in collaborazione con Fondazione Zegna e curato da Matteo Lucchetti e Judith Wielander.
Matteo Lucchetti è uno storico dell’arte, curatore indipendente e critico. È stato curatore in residenza presso AIR ad Anversa, Kadist Art Foundation a Parigi e Para Site ad Hong Kong. I suoi principali progetti curatoriali sono: Don’t Embarrass the Bureau (Lund Konsthall, Lund, 2014); Enacting Populism in its Mediascape (AIR e Extra City, Anversa, Kadist Foundation, Parigi, 2011-2012); Practicing Memory in a time of an all-encompassing present (Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, Biella, 2010).

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Visible e le pratiche artistiche socialmente impegnate

Trascrizione della conversazione in basso

 

Michela Alessandrini: Grazie mille per quest’intervista, Matteo Lucchetti. Vorrei che tu mi parlassi di Visible.
Matteo Lucchetti: Certo! Prima di tutto, grazie a voi. Visible è un progetto di ricerca sull’arte contemporanea che guarda all’impegno sociale delle pratiche artistiche. Judith Wielander ed io lo abbiamo avviato nel 2010 nel contesto della Fondazione Pistoletto e con il sostegno della Fondazione Zegna. Siamo partiti dal desiderio di capire quale significato avesse il concetto di impegno sociale nel mondo dell’arte, allontanandoci da etichette come “arte pubblica”, “arte partecipativa”, “comunitaria”. La nostra intenzione non era di negare il significato o l’importanza che questi concetti hanno avuto nel discorso sull’arte presente nella sfera sociale e pubblica. Volevamo piuttosto comprendere come diverse nozioni e interpretazioni dell’impegno sociale possano effettivamente convivere all’interno dello stesso spazio. Tutto questo dipende dai differenti contesti in cui gli artisti scelgono di iniziare a impegnarsi. Volevamo che il progetto descrivesse una scena che, pur essendo globale, comprendesse anche le specificità delle persone del luogo, del contesto da cui proviene ogni pratica.
Il primo passo è stato quello di realizzare il libro (a cura di Angelika Burtscher and Judith Wielander) Visible: where art leaves its own field and becomes visible as part of something else, e in questa occasione abbiamo chiesto a nove curatori provenienti da tutto il mondo — da Gabi Ngcobo di Johannesburg a Hu Fang dalla Cina a Raimundas Malašauskas dalla Lituania — di definire, attraverso la scelta di cinque pratiche artistiche, che cosa significasse per loro la nozione di impegno sociale. Quindi abbiamo iniziato mettendo insieme diverse versioni. Da quel momento in poi, abbiamo cercato di capire come creare una struttura di riferimento per queste pratiche ma anche come poterle sostenere.
Infatti, il più delle volte, vengono sviluppate al di fuori dei metodi tradizionali di produzione dell’arte contemporanea. Volevamo capire quante volte, agli artisti impegnati in questi progetti, manchino i finanziamenti necessari a portarli avanti e a svilupparli, affinché abbiano un maggiore impatto nel contesto in cui sono nati.
Così abbiamo pensato di creare un premio per la produzione, un riconoscimento che potesse supportare la pratica artistica con un premio in denaro di 25.000 euro. Come si deduce dal nome stesso del progetto, c’è ovviamente anche l’idea di rendere visibili queste pratiche, raccogliendole in uno spazio di confronto. Persone provenienti da uno stesso luogo, come Cali — il primo vincitore del premio è stata Helena Producciones che realizza un festival di performance a Cali da più di 15 anni — possono scoprire che, per esempio, in Malesia, qualcun altro utilizza il formato del festival per affrontare temi relativi alla privazione dei diritti civili all’interno della società, di mancanza di connessione di alcune zone della città dai centri principali, di mancanza di strutture per riunire artisti e contesti diversi. Quindi il festival ha rappresentato un punto d’incontro per due collettivi, due progetti molto lontani l’uno dall’altro che, attraverso Visible, si sono potuti incontrare, hanno potuto conoscersi. Questo rappresenta la nostra idea di network.
Un’altra cosa che abbiamo sempre discusso dall’inizio è l’idea che se si organizza un premio sul tema dell’impegno sociale, non puoi esimerti dal ripensare il format del premio stesso. Non si può utilizzare il format tradizionale di un premio e applicarlo al tema dell’impegno sociale in arte. Dall’inizio abbiamo avuto l’idea di trasformare la giuria in un evento pubblico in cui queste pratiche e il dibattito intorno alla valutazione della pratica stessa, potessero diventare un processo di apprendimento collettivo. In questo modo, le persone che partecipano alla giuria possono imparare a conoscere le pratiche stesse, nell’ottica del confronto a cui accennavo prima. Per la prima edizione non eravamo ancora pronti, così abbiamo optato per il formato tradizionale. Quella volta la giuria era composta da Okwui Enwezor, Ute Meta Bauer, Hans Ulrich Obrist e, naturalmente, Michelangelo Pistoletto della Fondazione Pistoletto e Andrea Zegna della Fondazione Zegna. Dal secondo anno in poi, eravamo pronti e abbastanza solidi per provare a lavorare con una giuria pubblica. Così abbiamo coinvolto Charles Esche in qualità di presidente della commissione e abbiamo sviluppato con lui un nuovo modello di giuria.
Volevamo che avvenisse all’interno del Van Abbemuseum perché sappiamo che questo tipo di pratiche, solitamente, per diversi motivi, non trovano spazio all’interno del contesto museale. Il racconto di un progetto e delle sue attività in un determinato contesto può risultare poco attraente, poco interessante, poco affascinante o poco efficace nell’attirare l’attenzione del pubblico. Dare vita a un racconto sul progetto ha un costo elevato ed è un peccato che tutti gli sforzi si concentrino su come adattarsi allo spazio del museo. Quello del come portare questo tipo di pratiche all’interno del format espositivo è un grande dibattito. Per creare un ponte tra le pratiche che avvengono nella sfera del sociale e il sistema dell’arte con i suoi spazi più riconosciuti, come i musei o i centri d’arte contemporanea, abbiamo pensato di portare la giuria all’interno del museo.
Con Charles abbiamo lavorato per trasformare i lavori della giuria in evento pubblico dove i visitatori possano sia intervenire nella conversazione tra i giurati che votare per eleggere il vincitore. L’idea è quella di trascorrere tutto il giorno insieme a valutare ogni singola pratica, ad analizzare in profondità ogni progetto, uno dopo l’altro. Il pubblico diventa esso stesso parte di questo processo di valutazione; avendo una provenienza culturale diversa, ciascun membro del pubblico, in fase di valutazione, può contribuire alla considerazione di aspetti che magari un curatore esperto o un artista non tengono in dovuta considerazione. Questa seconda edizione del Premio Visible, è stato assegnato a The Silent University di Ahmet Öğüt.
Ora con Chris Dercon e Francesco Manacorda, rispettivamente direttore della Tate Modern di Londra e della Tate Modern di Liverpool, stiamo lavorando per rendere la terza edizione della giuria ancora più emozionante e più pubblica. Abbiamo avuto una risposta positiva da parte del consiglio comunale di Liverpool: la giuria si riunirà nel Comune della città. Naturalmente, la Tate Modern e la Tate Liverpool sono parte di tutto il processo organizzativo.
Con Francesco abbiamo pensato che sarebbe stato interessante coinvolgere la struttura in cui si svolge il consiglio comunale e trasferire il parlamento provvisorio di Visible nello spazio del Comune in cui quotidianamente si discute e si prendono decisioni. Inviteremo una serie di esperti, artisti, curatori, teorici appartenenti principalmente alla scena dell’arte inglese, perché stiamo cercando di coinvolgere il più possibile le istituzioni del Regno Unito che hanno lavorato con questo tipo di pratiche per lunghi periodi.
Mi riferisco per esempio a Showroom, a Situations, ad associazioni non-profit, ma anche a teorici come Andrea Phillips. L’idea è anche di avere un altro genere di esperti e mi riferisco, ovviamente, ai fruitori di questo tipo di progetti. Ad esempio, stiamo cercando di coinvolgere i partecipanti di Home Baked|2up2down, il progetto che Jeanne van Heeswijk ha sviluppato all’interno della Biennale di Liverpool nel 2013, ma anche i fruitori di progetti proposti da Situations a Bristol o da altre istituzioni che producono questo tipo di operazioni. L’idea è che all’interno di questo parlamento la nozione di competenza debba essere abbattuta per il semplice fatto che essa non viene solo dall’università, dai musei o dal sistema dell’arte, ma anche dagli altri settori della società in cui questi progetti avvengono, creando un impatto.
Questo è ciò che sta per accadere quest’anno, precisamente il 31 ottobre. Ci sarà anche una collaborazione con la Biennale di Liverpool, che sta organizzando un seminario di un giorno sul tema dell’arte nello spazio pubblico che si terrà il Primo Novembre. Inoltre, stiamo collaborando con il network L’Internationale attraverso la John Moore University, che organizzerà una giornata di laboratori.
L’idea, quindi, è di lavorare con la giuria, con la scena locale di Liverpool e le istituzioni che si occupano quotidianamente di questi temi, al fine di combinare i nostri diversi programmi e creare un evento di tre, quattro giorni durante i quali possiamo diventare un punto di riferimento per tutte le persone interessate al tema dell’impegno sociale nelle pratiche artistiche.

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