Maurizio Cattelan, Artista (New York)

Maurizio Cattelan. Photograph: Pierpaolo Ferrari. Detail.Il 25 di Ottobre, Maurizio Cattelan ha mandato gli insopportabili Soliti Idioti a ritirare il premio “Alinovi Daolio” scatenando non poche polemiche. Molti sono stati coloro che hanno giudicato questa scelta irrispettosa del premio e delle istituzioni. Noi leggiamo questo intervento come una vera e propria opera d’arte in puro stile Cattelan.  Un nuovo lavoro che gli organizzatori del premio dovrebbero andare fieri di aver sollecitato, offrendo loro un’inaspettata risonanza mediatica.

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Trascrizione della conversazione in basso

I Soliti Idioti during the award ceremony of the Alinovi Daolio prize. October 2013. Photograph: Davide Bertocchi.

I Soliti Idioti during the award ceremony of the Alinovi Daolio prize. October 2013. Photograph: Davide Bertocchi.

Tiziana Casapietra: Quando un artista si afferma, come è successo a te, diventa, agli occhi dei più, una figura astratta. Vorrei che utilizzassimo questa intervista, per conferire concretezza al tuo percorso. Ricordo ancora quando con Massimo De Carlo venimmo a trovarti nel tuo monolocale in Viale Bligny a Milano, era la seconda metà degli anni ’90. Stavi lavorando ad “Errotin le vrai lapin” per la mostra da Perrotin a Parigi. Avresti mai immaginato, allora, che saresti diventato un’icona dell’arte contemporanea?
Maurizio Cattelan: Partirei da una premessa: non mi sono mai chiesto chi sarei diventato. Quando mi hai conosciuto la mia unica preoccupazione era rivolta al passato: desideravo solo non tornare a lavorare alle dipendenze di qualcun altro e non ricadere nella galera della routine. È banale ma vero, la noia mi terrorizza. Ma solo se è imposta da altri: voglio essere libero di annoiarmi come mi pare. L’urgenza che mi spingeva allora è la stessa che mi muove adesso, lotto con tutte le mie forze per fare ciò che voglio e essere autonomo dalle agende altrui. Forse è uno dei motivi per cui non ho mai avuto uno studio: un rapporto di dipendenza è sempre reciproco… da qualsiasi lato della scrivania io mi trovi, ne sono fatalmente allergico!

TC: Quando hai capito che il tuo lavoro si stava affermando al punto che sarebbe diventato, appunto, un’icona dell’arte contemporanea? C’è stato un evento particolare che ha segnato questo salto di qualità? Immagino sia difficile e anche stressante mantenere uno standard qualitativo così alto. Come hai affrontato questo aspetto del lavoro? Affermandosi, e acquisendo visibilità, si è soggetti ad elogi ma anche a critiche talvolta feroci e superficiali. Come ci si confronta e ci si protegge da questo aspetto del lavoro?
MC: Non sono nemmeno sicuro di saper definire cosa sia un’icona, figurati se ho mai aspirato a esserlo! Tra l’altro, essere un’icona è una vita rischiosa, non solo per le persone, anche per le opere… prendi la Gioconda ad esempio. Il fatto che tutti credano di conoscerne il sorriso l’ha resa invisibile: l’abbiamo vista riprodotta così tante volte che quando ce la troviamo davanti non sappiamo guardarla davvero… è come se l’avessimo consumata. Quando ho partecipato alla Biennale di Germano Celant, nel ’98, la lotta per non tornare a lavorare dietro a una scrivania è stata sostituita da altre battaglie… sì, direi che possiamo considerarlo un momento di svolta, ma forse non lo definirei un salto di qualità. Il successo è un’arma a doppio taglio. Da un lato c’è il percorso personale, intimo: il tuo lavoro cambia e si rafforza in virtù di quanto cresci tu, come se stessi lavorando con un analista. Ogni nuova opera è un passo avanti nella conoscenza di te stesso, definisce una parte di te che puoi lasciare indietro. Forse solo questo garantisce la qualità del lavoro. Dall’altro lato, fuori da te, più questa crescita è riconosciuta, più aumentano gli occhi concentrati sul tuo percorso. All’inizio è solo un brusio, man mano che vai avanti diventa un rumore difficile da ignorare, fino a rischiare di diventare controproducente. È un canto lusinghiero ma fatale, come quello delle sirene dell’Odissea… Io, come Ulisse, ho cercato di legarmi all’albero della nave: mi sono imposto una disciplina, delle regole e dei punti fermi. Ho sempre lavorato soprattutto per me e per altre due o tre persone che sono nella mia testa, le più esigenti. Mi sono detto: se soddisfo loro anche il pubblico, la critica e tutti gli altri saranno soddisfatti senza bisogno di pensarci.

TC: Se parliamo di lavoro, inteso come mestiere, come potresti descrivere il tuo? Voglio dire, in termini concreti, come lavori, come organizzi la tua giornata di lavoro, come si struttura il lavoro e la produzione dell’opera?
MC: Sono abbastanza routine-addicted: non posso iniziare la mia giornata lavorativa senza nuotare per almeno un’ora. Mi aiuta a tenere un ritmo produttivo durante il resto della giornata: cerco sempre di essere il più metodico possibile, anche se alla fine siamo tutti schiavi delle scadenze, e tutto tende ad andare fuori controllo.

TC: Ho letto le tue recenti interviste ad artisti come Yuri Ancarani e Andra Ursuta. Sei generoso, da artista affermato, a dare una mano ai colleghi. Come selezioni gli artisti che intervisti? Quali sono le caratteristiche del loro lavoro che apprezzi?
MC: Ho bisogno di un costante confronto con gli altri, ed è quello che ricerco anche quando intervisto un artista: sono convinto che la saggezza non sia solo frutto degli anni che passano, anzi, credo che tutti abbiano qualcosa da insegnare e di sicuro io ho sempre qualcosa da imparare. Anche per questo non ho mai definito dei criteri di scelta, mi baso molto sull’istinto… o forse dovrei dire sul mio naso!

Maurizio Cattelan. Photograph: Pierpaolo Ferrari.

Maurizio Cattelan. Photograph: Pierpaolo Ferrari.

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