Prof. Piero Formica e il Rinascimento 2.0

Piero Formmica 200x200Piero Formica è fondatore dell’International Entrepreneurship Academy e Senior Research Fellow all’Innovation Value Institute presso la Maynooth University, Irlanda. Formica ricopre anche gli incarichi accademici di Professore internazionale di Economia della Conoscenza e di Imprenditoria nel Master in Tecnologia e Imprenditoria dell’Università di Tartu in Estonia, di Professore associato alla Facoltà di Imprenditoria dell’Università di Teheran e di Erudite Scholar all’Università di Calicut a Kerala, in India.



 

Tiziana Casapietra: Sono rimasta incuriosita dall’articolo che ho letto recentemente su “Il Sole 24 Ore” dedicato al suo libro “Entrepreneurial Renaissance” al momento in uscita in versione in lingua inglese (in uscita a Maggio, ed. Springer) e il cui titolo italiano potrebbe essere Rinascimento 2.0. Avrei piacere che ci spiegasse la teoria centrale in questo volume, basata sul concetto di un Rinascimento nuovo, un Rinascimento contemporaneo che fa riferimento a quello della Firenze dei Medici.
Piero Formica: Questo libro è stato ispirato da un episodio che mi è capitato  non molto tempo fa. Mi ero recato in una cittadina toscana per vedere un’opera d’arte del Rinascimento. In quell’occasione ho constatato che solitamente, quando si entra in un museo,  ci si imbatte in un ragazzo o una ragazza, generalmente laureati al DAMS o in Beni Culturali che ti danno il biglietto, magari c’è una persona che fa da guida oppure ti viene proposta una guida auricolare. In quell’occasione ho pensato che se queste persone fossero state istruite come al tempo delle Botteghe del Verrocchio, ovviamente non a realizzare sculture o dipinti, ma a creare una realtà contemporaneamente fisica e virtuale, anziché staccare biglietti, diventerebbero gli imprenditori dell’arte rinascimentale. Ho immaginato ragazzi e ragazze laureate sia in ramo umanistico sia in ramo tecnologico che interagiscono insieme per dare vita a situazioni innovative. Questo pensiero è all’origine di questo libro.
Il secondo aspetto che sempre partendo da questo esempio mi piace sottolineare, è che quei ragazzi ricoprono quel ruolo perché sono stati educati a trovare un posto di lavoro. Hanno risposto a un’offerta di lavoro, che può provenire tanto dalle autorità pubbliche che dal mercato, che richiedeva l’espletamento di quel servizio. Io invece penso che ci sono tante risorse rinascimentali in Italia che dovrebbero essere sfruttate  imprenditorialmente sia dal punto di vista artistico sia culturale. Ma come si fa? Bisogna ridefinire la scuola e questo è un punto per me cruciale.
Il paese, ma anche l’Europa, usa il termine riforma. Riformare significa dare una forma nuova a qualcosa che già esiste, la scuola va invece ridefinita. Tutte le riforme partono dal principio che bisogna far meglio ciò che già si sa fare, per cui la scuola è un sistema up-down che si basa sull’insegnamento, c’è un insegnante, ci sono dei libri di testo, bisogna ripetere, più o meno, quello che dice l’insegnante o i commissari di esame e si diventa competenti ed esperti in un certo ramo. Nelle ipotesi migliori questi esperti entrano dentro il pozzo della conoscenza e, via via che si inoltrano nel pozzo, perdono la capacità di vedere perché il pozzo si fa sempre buio. Alla fine sanno sempre di più ma sempre di meno, e una volta raggiunto il fondo del pozzo sanno tutto di niente.  Queste si chiamano super specializzazioni. Quando accade un fenomeno come quello attuale di convergenza delle scienze — e non è la prima volta nella storia dell’uomo — in cui fisica e filosofia si abbracciano, ecco che  questo calarsi nei pozzi, restare dentro ai pozzi, non fa bene alla salute personale, sociale ed economica. Il nostro Paese soffre molto perché è basato sui pozzi che si chiamano ordini professionali. Questi ordini professionali sono sostenuti da leggi e vengono approvate attraverso i rappresentanti degli stessi ordini presenti in Parlamento. L’ordine professionale deve creare un meccanismo rispetto al quale il potenziale cliente non deve accedere, non deve capire. L’ordine professionale diventa quindi un intermediario essenziale che deve interpretare le leggi per conto di chi deve adempiere la legge. Da qui la figura del notaio e del commercialista, per esempio.
Da qui si spiega il fatto che abbiamo un  enorme quantità di iscritti alle Facoltà di Giurisprudenza — questo è il  paese degli avvocati — rispetto ai pochissimi iscritti a Fisica o a Chimica.
La  prima cosa da fare per ridefinire la scuola è passare dall’insegnamento all’apprendimento. Non è una novità, già Giovanni Papini nel 1914, un grande intellettuale italiano che pochissimi ricordano, scrisse un libro proprio sulla ridefinizione della scuola. Secondo lui la  scuola dovrebbe essere un insieme di laboratori di apprendimento dove gli studenti chiacchierano tra di loro, si scambiano idee, ne producono di nuove e i professori agiscono da allenatori, da mentor, che ascoltano e che, all’occorrenza, danno qualche guida. Si tratta di un sistema dal basso verso l’alto, un sistema dove la mia idea si confonde, si con-fonde insieme alla tua e ne crea una terza e così via. Naturalmente si può obiettare che bisogna avere dei glossari per poter chiacchierare.  Certamente i glossari si possono anche dare sia con l’insegnamento, sia attraverso le reti tecnologiche e digitali, ma non è questo il punto. Il punto è ribaltare ciò che si fa.
Questo dovrebbe diventare una pratica, ma perché diventi una pratica bisogna togliere i vecchi panni agli insegnanti e far indossare loro nuovi panni e questo costa naturalmente tempo e fatica.
All’estero chi sta facendo queste cose? Gli imprenditori illuminati. Per esempio, Elon Musk che non apprezzava la scuola elementare frequentata dalla sua bambina a Los Angeles, qualche anno fa ha creato con i suoi soldi “Ad Astra”, una scuola con un nome in latino. La retta per frequentare “Ad Astra” è piuttosto salata, ma Elon Musk  paga per coloro che non se la possono permettere, purché mostrino di avere talento e motivazione. Questo significa essere mecenati, gli stessi che c’erano nel Rinascimento.
Il nostro modello sociale, il nostro stile di vita, purtroppo non va in questa direzione, perché da noi soldi si fanno e poi si rinvestono nell’immobiliare.
Quando ci studiavo io, Cambridge, in Inghilterra, era solo college e campi di patate. Gli studenti una volta diventati  imprenditori di successo, si sono messi a fare i Business Angels. I Business Angels sono persone che investono parte dei loro soldi nelle idee di altre persone, più o meno giovani. Attualmente un mio collega di 76 anni che è stato un manager importante di tante aziende, anziché comprare case, yacht e Suv, ha investito i suoi soldi nei giovani talenti cinesi e passa il suo tempo tra Cambridge e la Cina. Cambridge lo ha nominato professore in residenza e questo è un fatto molto interessante. L’Università coinvolge questi imprenditori perché ritiene che attraverso di loro gli studenti possano ottenere informazioni, suggerimenti, stimoli su come creare imprese. Inoltre essendo nomadi della conoscenza, possono creare ponti tra Cambridge e il resto del mondo. Questi sono alcuni esempi di situazioni e figure che io chiamo rinascimentali. E questo succedeva anche nel primo Rinascimento, quello che si era diffuso da Firenze a Bruges, in Nord Europa, estendendosi via via nel resto del mondo.
Un altro elemento interessante è il collegamento tra le cosiddette lingue morte e lingue vive, in particolare il latino e l’inglese. Riteniamo che il latino sia una lingua morta, invece è un lingua vivissima purtroppo non in Italia. Sono tantissimi anni che in un famoso liceo classico fondato più di un secolo fa a Tampere, una città a nord di Helsinki, c’è una radio in latino. Ma in latino c’è anche Radio Bremen e naturalmente c’è Radio Vaticana che trasmette alcune trasmissioni il latino. Per il resto, qui da noi stiamo perdendo questa opportunità. Il latino è una lingua viva perché la cultura è viva. Se la cultura è morta il latino è lingua morta. Tra l’altro, dobbiamo anche capire che perdendo queste competenze linguistiche, non comprendiamo più il significato delle parole. Quanta gente sa cosa significhi la parola italiana “semaforo”? I francesi l’anno risolto dicendo feu rouge, fuoco rosso, e gli inglesi light luce. Ma in italiano la parola semaforo ha un suo specifico significato e chi non sa il greco, per esempio, non sa cosa significhi semaforo.
E poi c’è l’inglese, la lingua che si è affermata oggi, come si era affermata nel Rinascimento il nuovo italiano di allora. L’inglese è la lingua che sta veicolando l’arte di oggi, la tecnologia. Tra l’altro, téchne, in greco ha anche il significato di arte.  Quindi mettere insieme la cultura di oggi con la cultura di ieri serve a creare questi ponti.
John Keynes diceva che la storia delle opinioni è importante per capire il futuro. Non per prevederlo, ma per capirlo. E Mark Twain diceva, la storia non si ripete ma fa rima.
Questi sono alcuni degli spunti di questo libro che attraversa i continenti. Infatti non parla solo di Rinascimento italiano, ma si divide in vari capitoli dedicati a una selezione di città. C’è il capitolo dedicato a Sidney, una città moderna proiettata su quest’area di grande sviluppo che è stata e continua a essere il Pacifico, c’è l’India, Bangalore, che da diverso tempo è un centro mondiale delle tecnologie digitali e dell’informatica, poi c’è Tel Aviv una delle culle più straordinarie di creazione di imprese innovative. Ho poi voluto che un italiano attivo a livello internazionale scrivesse di Milano come un potenziale attore protagonista, e poi c’è Stoccolma.

TC: Chi scrive da Milano? 
PF: Il giornalista Federico Guerrini. Non ho chiamato a scrivere soltanto accademici, gli  scrittori che ho coinvolto hanno formazioni diverse. Leif Edvinsson,  nominato miglior cervello d’Europa nel 1998, ha scritto di Stoccolma una delle città portanti dell’innovazione in Europa e nel mondo. Ho fatto scrivere anche sull’Irlanda e su Dublino. Dublino è un’altra grande culla di start-up innovative, 20.000 giovani italiani vivono a Dublino. Ovviamente non poteva mancare San Francisco. Per questo libro ho coinvolto e dato fiducia a persone che conosco da molti anni e che so essere ottimi conoscitori delle loro città. Nel libro si parla anche di una città turistica nel sud dell’Inghilterra che si chiama Barmouth. Ho voluto che ci fosse anche una città che parte dal turismo per creare un suo “Rinascimento”. Il libro naviga tra queste cose, tecnologie, start-up innovative, nomadismo culturale internazionale, facendo da ponte tra quello che è stato e ciò che sta accadendo oggi o potrebbe accadere domani.

TC: Mi interessa capire come mai, in un mondo globalizzato, in Italia non riescano ad attecchire modalità nuove. Come mai c’è ancora questo scarto forte tra Italia e resto del mondo, tra Italia e resto d’Europa, come mai non riusciamo a fare una Silicon Valley in Italia. 
PF: Gli alti dirigenti e i politici rispondono dicendo che ciò che hanno fatto gli altri non si può copiare e direi che questo ha un suo senso. Quindi non si possono copiare queste cose perché i catalizzatori, coloro che hanno messo in piedi questa realtà, sono delle singolarità. Proprio a San Francisco è nata la Singularity University, si tratta di punti di singolarità e non si possono copiare.
Quello che si deve fare è generare idee nuove, che portano cose nuove, che diversificano rispetto al passato. Ora qui noi viviamo in alcuni paradossi, uno dei paradossi è quello del successo. Ci sono aree Italiane che hanno un enorme successo. Mi riferisco a tutta la meccanica ingegneristica e l’automazione che si sta sviluppando tra Bologna, Padova sviluppandosi verso nord, fino a Stoccarda, Monaco di Baviera. E questo è un fatto di grande rilevanza. Il paradosso è che queste realtà restano chiuse nel proprio successo. Si fa innovazione ma è innovazione incrementale. C’è l’Internet delle cose, mettiamo dei dispositivi nelle auto, il manutentore non deve più andare in Cina a riparare la macchina, la macchina la ripariamo da casa. C’è anche il frigorifero che, grazie a un dispositivo digitale ci avvisa quando è vuoto. Tutto questo è certamente importante però, se da un lato ci fa migliorare, dall’altro lato non ci fa aprire porte nuove. Le start up che nascono quasi fisiologicamente a ridosso di queste realtà, sono legate al treno delle locomotive che hanno avuto o hanno successo.
In questo modo questa parte del paese riesce ad andare abbastanza bene. Dico sempre che è una squadra di altissimo livello in serie B, che aspira a salire in serie A, ma che non riuscirà mai a vincere il campionato italiano e neanche la Champions League del calcio. Per farcela, bisognerebbe uscire dal seminato e per uscire dal seminato ci vogliono persone, non istituzioni, persone che avendo avuto fortuna nella loro vita, ritengono di dover restituire qualcosa alla società. Quella che lei chiama la “Silicon Valley” in Italia, con altre configurazioni, potrebbe sorgere facendo leva sull’altruismo. Sa cosa mi hanno risposto tanti anni fa questi imprenditori che investono nelle start-up, che investono nei giovani, nelle idee dei ragazzi e delle ragazze? Mi hanno spiegato che lo fanno per tre ragioni. La prima ragione è che siccome hanno avuto fortuna a Cambridge si sentono di dover restituire qualcosa alla città; la seconda ragione è che, investendo in attività diverse, il territorio si arricchisce e quindi ci guadagnano anche loro. L’ultima ragione è che, investendo, forse si può avere anche un ritorno in termini di profitto. Quindi bisogna giocare sull’altruismo.
Qualche mese fa ho cominciato a scrivere una nuova ricerca sull’“Innovazione Aperta” un termine tecnico ma anche molto facile da comprendere. Apro le finestre di casa mia, faccio uscire le mie idee e faccio entrare le idee degli altri. In questo modo si crea un circuito di aria, non tengo tutto chiuso in casa, mi apro al mondo esterno e il mondo esterno si apre verso di me, questa è l’“Innovazione Aperta”. Ho voluto focalizzare questa ricerca sulla cultura dell’innovazione aperta e sulle tecniche di management di gestione aziendale che consentono la circolazione delle idee.
Inoltre sto insistendo sull’arte della conversazione. Questo è un altro elemento importantissimo nel ragionamento che sto facendo. L’arte della conversazione è stata incubata durante il Rinascimento e ha avuto i suoi momenti di gloria nei grandi salotti intellettuali francesi del Seicento e del Settecento a cominciare dal salotto di Madame de Rambouillet. In quei salotti tra l’altro c’era anche l’abate Galiani, un economista napoletano che diceva che i mercati sono conversazioni, tant’è che si parla di piazza del mercato come luogo in cui accadono le conversazione e le transazioni.
Mentre noi alziamo edifici, incubatori, tecnopoli, parchi scientifici, spendendo una grande quantità di soldi in calcestruzzo, mattoni, ingegneri, geometri, architetti, notai e avvocati, ci sono attività cruciali che non costano nulla, ma che richiedono un grandissimo costo che è il salto culturale. Mi riferisco a tutte le attività soft, leggere. Ovviamente io non sono contrario al fatto che nascano laboratori fisici, fatti di cemento armato, belli da vedersi, con all’interno le tecnologie più avveniristiche.
Però è forte il divario tra i 50 milioni che Bologna destina alla costruzione fisica del suo tecnopolo, e la quantità di denaro e di energia destinata a lanciare le startup che è quasi nulla. In Italia l’investimento pro capite in venture capital è inferiore a 3 euro contro circa 313 in Israele, 231 in USA, 160 in Svezia, 77 in Irlanda, 59 in Finlandia, 49 nel Regno Unito, 41 in Francia e 24 in Germania.
Se in cima alla cordata ci sono solo le imprese di successo, quelle tendono a chiudersi dentro al loro castello, a fare sempre meglio quello che già sanno fare, ma il sistema Paese non vincerà mai il campionato europeo e neanche quello nazionale.
Questa è la mia risposta alla sua domanda. Bisogna insistere sui valori intangibili, leggeri, che però hanno un alto costo perché mettono in discussione lo status quo e quello che uno sa fare.

TC: Ma forse c’è anche la paura per ciò che non si riesce a prevedere.
PF:  Questo è un termine molto interessante. Le previsioni. John Keynes è il grande teorico dell’incertezza. Il futuro è incerto, il futuro non si può prevedere, lo si può costruire volontariamente. Le previsioni sono una guida per la politica economica. Ho iniziato la mia carriera come econometrico all’Ocse facendo previsioni economiche sul Pil, quindi so piuttosto bene il significato del termine previsione. Il futuro è innanzitutto volontà di costruire, di sognare, di modellare il proprio futuro e quindi è un mondo di incertezze. Bisogna viaggiare con la valigia dell’incertezza.
Da qui deriva quell’espressione che uso io “Ignoranza Creativa”. Ho scritto un libro al riguardo uscito anche questo negli Stati Uniti. Si tratta di buttarsi nell’oceano dell’ignoranza, dopo la conoscenza viene l’ignoranza, non prima. L’ignoranza segue la conoscenza, non la precede. Bisogna uscire dai propri pozzi e parlare con i diversi. La cosa straordinaria dei salotti francesi è che Madame du Châtelet era nello stesso tempo una grande matematica, fisica, e una grande letterata, traduceva dal greco e dal latino, e ho fatto solo un nome tra tanti. In quei salotti ritrovavi scienziati, letterati, poeti… E questa situazione alimentava la grande arte della conversazione, uno dei fuochi che ha alimentato quello che poi si è chiamato Illuminismo.
E questo oggi noi non lo pratichiamo. Si dice che la Rai sia un servizio pubblico. A me la cosa fa naturalmente ridere perché non riesco a capire dove sia il bene pubblico della Rai. La Rai anziché trasmettere quelle oscene cose politiche, farcite di insulti reciproci, dovrebbe aprire dei veri e propri salotti di conversazione.

TC: Sono d’accordo con lei. Ma per uno Stato può essere pericoloso, rischioso, investire là dove non c’è una previsione. Come fa  lo Stato, centrale ma anche locale, a investire su nuove idee se non ho una previsione o comunque una semicertezza che questo investimento porterà all’evoluzione del Paese?  Secondo me questo è il motivo per cui si resta nello status quo.
PF: Direi che prima dello Stato vengono i nostri modelli di vita. Il modello di vita di un signore sessantenne o settantenne irlandese è quello di destinare qualche soldo all’altruismo. Quindi la costruzione del proprio futuro nasce dalle persone e non dallo Stato. Lo Stato avrebbe investito in Jeff Bezos o in Brin and Page di Google? Lo Stato non avrebbe investito ma certamente può creare le condizioni di contorno affinché le persone possano avere un respiro fiscale da investire anche nell’altruismo. Questo deve fare lo Stato, ma significa tagliare i tantissimi rami secchi della spesa pubblica, ridurre la tassazione e configurare tutto un sistema fiscale affinché le persone e le famiglie abbiano polmoni che possono respirare e quindi investire anche nell’altruismo. Questo deve fare lo Stato.
Inoltre non basta contare il numero di impiegati pubblici per abitante, bisogna sapere quello che fanno. Il 50% degli italiani, dati di oggi tratti da “Il Sole 24 Ore”, non ha dimestichezza con l’information communication technology. Lo Stato deve crearmi condizioni contorno. E ne vedo almeno due importantissimo. Una è ridefinire, e non riformare, la scuola primaria, l’altra è ripartire con il maestro di “Non è mai troppo tardi” come accadde negli anni 50 perché una forte parte della popolazione è digitalmente analfabeta.
Le politiche industriali poi possono essere d’accompagnamento, non prevedono, seguono. Nessuno ripeto, né lo Stato né altri,  investirebbe in cose che appaiono a prima vista del tutto astruse. Possono farlo gli individui, pochi o molti che siano, che abbiano questa passione per costruire il futuro. Lo Stato crei le condizioni di contorno.
Sono molte le cose che si potrebbero fare con un costo leggero, ma si tratta di azioni che urtano contro il potere costituito. E quando le strutture pubbliche dedicate all’innovazione vivono in un mondo mono-oligopolistico, chiuso tra associazioni di categoria e partiti politici, tutto questo non si può fare perché bisogna passare attraverso le solide pareti dello status quo.

 

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