Reem Fadda, Curatrice associata al Guggenheim Abu Dhabi

Reem Fadda, Associate Curator for the Middle Eastern Art at the Guggenheim Abu Dhabi Project and Curator of the 6th Marrakech Biennale 2016Reem Fadda è Curatore Associato per l’arte mediorientale al Guggenheim di Abu Dhabi e Curatrice della Sesta edizione della Biennale di Marrakech (24 Febbraio – 8 Maggio, 2016)

English version here

 

 

 


Una conversazione via Skype con Reem Fadda

Trascrizione della conversazione in basso 

 

Tiziana Casapietra: Allora Reem, ho alcune domande per te. Prima di tutto vorrei che ti presentassi e illustrassi i progetti in cui sei coinvolta in questo momento. In secondo luogo, vorrei conoscere il tuo punto di vista riguardo alle dinamiche dell’arte contemporanea, specialmente in riferimento ai grossi cambiamenti geopolitici a cui stiamo assistendo. Infine vorrei chiederti se ci sono alcuni artisti che tu consideri particolarmente rappresentativi delle dinamiche del nostro mondo, del mondo contemporaneo.
Reem Fadda: Ok.

TC: Incominciamo con te e con i progetti in cui sei coinvolta.
RF: Attualmente lavoro alla Fondazione Guggenheim come curatore associato per l’arte mediorientale e sono coinvolta nella realizzazione di un progetto museale, il Guggenheim Abu Dhabi, che dovrebbe inaugurare tra due anni proprio ad Abu Dhabi. Sono impegnata su questo progetto da sei anni e ho lavorato soprattutto all’individuazione di una strategia per la sua collezione, alla realizzazione delle esposizioni e all’elaborazione di una visione curatoriale dietro questa istituzione.
Inoltre, recentemente, sono stata nominata curatrice della sesta edizione della Biennale di Marrakech che aprirà il prossimo anno a Febbraio. Abbiamo già svolto molto lavoro dietro alle quinte dal punto di vista strutturale, nella formulazione del concetto di questa Biennale, nell’elaborazione dell’elenco degli artisti e collaborando con le istituzioni del luogo.
Questi sono i due progetti in cui sono maggiormente coinvolta in questo momento.

TC: Ok, grazie Reem. Quindi il tuo è certamente un punto di vista privilegiato.
RF: Un punto di vista privilegiato, mi piace.

TC: È possibile dire così in inglese?
RF: Cosa intendi precisamente?

TC: Privilegiato perché hai la possibilità di vedere le cose da un ottimo punto di vista. È un po’ come quando apri una finestra e sei in grado di osservare molte cose grazie alla tua posizione.
RF: Si, molte cose, grazie a un punto di vista a “volo di uccello”.

TC: Hai la possibilità di vedere e considerare cosa sta accadendo in tutto il mondo grazie alla tua posizione.
RF: Sono certamente d’accordo con questa affermazione. Nonostante tutte le preoccupazioni scaturite da questo progetto, il Guggenheim Abu Dhabi rappresenta davvero una situazione unica perché stiamo provando a costruire un museo in un luogo dove non ci sono musei e che non ha alcuna esperienza nella costruzione di musei.
Questo consente a un’istituzione occidentale, affiancata dai suoi omologhi orientali e arabi, di adottare una metodologia molto meticolosa e revisionista che consente di analizzare le condizioni del settore dell’arte contemporanea.
Com’è questo grande settore? Dove deve essere corretto? Come possiamo guardare il mondo in generale e, allo stesso tempo, criticare noi stessi e la nostra posizione, quella posizione occidentale ed eurocentrica che è stata data per scontata per secoli?
Il Guggenheim Abu Dhabi ci offre la possibilità di confrontarci con tutte queste questioni. Il nostro è un piccolo gruppo di lavoro, formato da pochi curatori, la maggior parte dei quali sono donne. Abbiamo identificato consulenti e consiglieri chiave, storici dell’arte e curatori con cui abbiamo dialogato nel corso degli anni per affrontare queste difficili questioni. Si tratta di una grande opportunità. Specialmente perché non stiamo solo discutendo questi argomenti, non stiamo solo filosofeggiando o immaginando contesti ipotetici come hanno già fatto e scritto numerosi accademici.

SUPERFLEX, FLOODED MCDONALD'S, 2008. Video still.

Superflex, Flooded McDonald’s, 2008. Video still.

Noi stiamo davvero dando vita a una contesto destinato alla collezione e alla costruzione. E lo stiamo facendo materialmente. Si tratta quindi di un processo molto diverso.
Questo è ciò di cui un museo di questo genere, nel ventunesimo secolo, si dovrebbe occupare. So che esistono molte critiche in questo senso: i musei sono necessari? Non sono superflui?
Per me è cruciale che ci sia un momento di confronto in cui questa storia venga raccontata in un modo diverso e più giusto. Non stiamo raccontando o negando alcun tipo di storia né creando una nuova gerarchia nella quale la voce dell’Est sovrasti quella dell’Ovest. No. Noi ci stiamo chiedendo come creare un equilibrio. Come possiamo vedere la storia così com’è?
Ovviamente nella scrittura della storia la voce dell’autorità e i processi selettivi hanno sempre una parte influente. Siamo ben consapevoli di questo, ma esistono ancora opportunità e possibilità per scrivere una storia che sia equa. E credo che sia questa la vera potenzialità del progetto.
Di conseguenza hai ragione, credo che essere coinvolta in questo contesto ed essere parte di una squadra impegnata nello studio del mondo, mi collochino in una posizione privilegiata.
Io sono il curatore per il Medio Oriente, ma il Medio Oriente è un termine controverso e significa molto di più di quello che parrebbe. Stiamo già discutendo su questo termine perché riteniamo che il Medio Oriente non debba essere inquadrato in una geografia definita. Guardiamo all’Asia.
Se guardiamo all’Asia, l’Asia è la Russia, l’Asia è il legame con il mondo Arabo, con la Turchia, con l’Iran, con il Nord Africa e quindi con l’Africa e con l’Asia del Sud, un paese vicino al Golfo e molto importante e questo museo è costruito proprio nel Golfo.
Grazie a relazioni così fluide si inizia a comprendere in modo più profondo questo luogo e la varietà geografica che lo caratterizza.
Ma naturalmente il lavoro di approfondimento non si limita a questa regione; tra i miei colleghi ci sono anche esperti dell’Europa orientale, dell’Europa occidentale, dell’America, del Sud America… Stiamo guardando ancora una volta all’Asia del Sud, ma anche l’Asia dell’Est gioca un ruolo molto importante nella nostra collezione e nel modo in cui stiamo definendo le cose.
Certamente sto traendo beneficio da questo grande lavoro preliminare grazie al quale comprendo la varietà del mondo in modo molto articolato.
Quindi penso che, si, questo sia un privilegio.
Vorrei anche aggiungere, senza però risultare presuntuosa, che è certamente un privilegio, in questo periodo storico, avere l’occasione di imparare dal Terzo Mondo.

Decolonizing Architecture Art Residency and Campus in Camps, The Logic of the Birds, 2015.

Decolonizing Architecture Art Residency and Campus in Camps, The Logic of the Birds, 2015.

TC: Si, esattamente.
RF: Penso sia molto importante essere consapevoli che, dopo il tumultuoso periodo del postcolonialismo, e a dispetto di tutto ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi, siamo giunti a un punto della storia in cui il mondo sembra affetto da una sorta di amnesia.
La condizione neoliberale diffusa oggi nel mondo è caratterizzata da una profonda sonnolenza.
Tutti sono addormentati. Credo che il Terzo Mondo sia un luogo privilegiato in cui trovarsi perché è ancora sveglio. È sveglio e vede le cose.
E mi ritengo ancora più privilegiata perché sono palestinese e in Palestina la condizione coloniale è ancora presente. Si tratta di un laboratorio che mi permette di vedere le cose con occhi molto diversi.
Siamo in una situazione in cui le macchinazioni del neoliberalismo non hanno ancora avviluppato completamente la Palestina né tutti questi stati intorno a noi. Così forse possiamo proporre un metodo per decolonizzare, rimuovere e allontanare tutto questo.
Guardare all’ecologia del Terzo Mondo, dal Sud America all’Asia del Sud, al Medio Oriente, rivisitare tutte queste storie durante il mio lavoro per la collezione e ripensare ai parametri della nostra strategia per il museo dagli anni Quaranta a oggi, è servito a delineare una curva di apprendimento sia per l’istituzione che rappresento che per me.

TC: Sono completamente d’accordo Reem. Ecco perché ho usato la parola privilegio. Privilegio perché hai la possibilità di vedere le cose da punti di vista differenti.
RF: Si e, allo stesso tempo, imparare davvero da tutto questo, insegnare e imparare.

TC: È dare e avere.
RF: Si.

TC: Parliamo di Marrakech.
RF: Si.

Superflex, Foreigners, Please Don't Leave Us Alone With The Danes, 2002.

Superflex, Foreigners, Please Don’t Leave Us Alone With The Danes, 2002.

TC: Vuoi dirci qualcosa a riguardo?
RF: È una cosa emozionante per me uscire dalla bolla del museo, trovarmi là fuori, nel mondo reale, e curare una biennale come quella di Marrakech. È davvero un ambiente in cui mi sento a mio agio.
Marrakech è una città molto bella, ha così tante somiglianze con molti luoghi in cui ho abitato. Mi sento molto a mio agio a Marrakech.
Allo stesso tempo per me rappresenta un luogo collegato agli argomenti e alle idee con cui mi sono confrontata per molti anni e che ho sempre sperato di approfondire attraverso una mostra e lavorando con artisti contemporanei.
Ho un titolo per Marrakech: “Not New Now” (Non Nuovo Ora). Benché il concetto non sia ancora completamente strutturato e sviluppato e ci sia ancora molto lavoro da fare per il coinvolgimento e la selezione degli artisti, tutto questo lavoro mi permette di confrontarmi con alcuni dei problemi e delle questioni che mi turbano.
Mi occupo di arte non perché mi fornisce delle soluzioni, ma perché mi permette di riflettere, di contemplare il mondo intorno a me.
Tra le questioni che mi hanno maggiormente preoccupata, c’è l’idea del nuovo, un tema al quale voglio guardare in modo più approfondito.
Nell’eredità del moderno e del post moderno il nuovo non è stato pienamente criticato, non è stato sradicato dalla nostra società dei consumi.
E sento che questa è ancora un’area che deve essere interrogata. Forse così facendo inizieremo a domandarci dove stia andando l’arte.

TC: Dove sta andando l’arte, Reem?
RF: Voglio comprendere il significato di questi vocaboli. Non sto dicendo che sarò in grado di rinunciare al nuovo perché sono parte di un sistema che è intorno a me e ammetto la mia incapacità fin dall’inizio. Sto solo dicendo che voglio essere vinta dal nuovo, voglio vincere il nuovo, voglio guardarlo dentro ed esplorarlo. Ci sono un paio di cose che il nuovo mi garantisce: mi permette di guardare alla costanza nel tempo perché sento che viviamo costantemente nel presente sia che si tratti di futuro che di passato.
Mi sto davvero chiedendo cosa sia l’adesso. Quando guardo all’adesso e al ruolo degli artisti e degli interrogatori, delle persone creative e degli interlocutori siano essi architetti, urbanisti, sviluppatori di città, mi chiedo: come stiamo guardando all’oggi? La mia intenzione è di guardare a tutte queste cose. E questa è una sorta di sinossi per spiegare il senso del titolo.
Senza alcuna remora, vorrei anche dire che sto sviluppando questa Biennale su un asse Afro-asiatico. Certamente la mia conoscenza non è limitata e mi occupo di molti fantastici artisti provenienti da tutto il mondo. Il mio non sarà un approccio esclusivo, ma le persone che visiteranno Marrakech vedranno principalmente artisti provenienti dal mondo arabo e africano.
È qualcosa di cui non mi posso vergognare, è semplicemente ciò che sono e rappresenta la base della mia conoscenza. E questo è quello che voglio presentare.

TC: Puoi fornirci alcuni nomi di artisti con cui stai lavorando e che consideri rappresentativi di…
RF: Temo sia un po’ troppo presto perché sono ancora in una fase di approccio iniziale con molte persone. Ci sono molte persone con cui ho avuto confronti interessanti sia localmente che altrove, ma al momento nulla è ancora stato stabilito e quindi temo di non poter rispondere a questa domanda.

TC: Si, ma non mi riferivo alla Biennale di Marrakech. Forse ci sono alcuni artisti con cui stai lavorando o con cui hai lavorato recentemente e che consideri particolarmente rappresentativi di ciò di cui stiamo parlando, degli argomenti che siamo trattando.
RF: Si, certamente. Un’altra cosa importante per me e su cui ho lavorato molto è la funzione dell’arte e in particolare la funzione sociale dell’arte. Spero di riuscire a esplorare questo tema nell’ambito della Biennale di Marrakech e tenendo conto di questi parametri. Ci sono alcuni artisti a cui sono stata spesso associata e con cui ho lavorato molto approfonditamente.

Decolonizing Architecture Art Residency and Campus in Camps, Concrete Tent.

Decolonizing Architecture Art Residency and Campus in Camps, Concrete Tent.

Per esempio, il collettivo Decolonizing Architecture, un gruppo che ho sostenuto molto e con cui ho collaborato ampiamente.
Trovo la loro pratica vitale e molto importante, essenziale per lo sviluppo di ciò che l’arte significa per la società. Nel loro lavoro vediamo quanto l’individuo e il gruppo creativo possano inserirsi e stabilirsi nella società per creare strutture utili che diventino parte integrante della nostra vita. Penso che rappresentino un modello molto importante per noi, utile a riesaminare e comprendere cosa l’arte dovrebbe essere.
Un altro gruppo è Superflex e non c’è da meravigliarsi che io sia molto attratta dai collettivi perché mi interessa il tema della paternità del lavoro che, grazie al collettivo, scompare. Il lavoro diventa, di conseguenza, un’operazione comunitaria e quindi anche sociale. Trovo che tutto questo sia molto stimolante.
Superflex ha creato diversi lavori ispirandosi alla progettazione creativa. I loro progetti possono prevedere un impegno sociale, una pianificazione urbana o l’elaborazione di un oggetto di design e inoltre prevedono un coinvolgimento inclusivo e critico, importante e utile per le società a cui guardano.
Mi piace questo valore dell’utilità dell’arte che stanno sostenendo; mi piace che stiano liberando gli oggetti dalla loro rudimentale dissociazione dal concetto di utilità in arte. Credo sia questo ciò che loro portano avanti e a mio avviso è molto importante.
Recentemente ho avuto modo di incontrare e conoscere un giovane architetto: il suo nome è Khaled Malas e ha lavorato su alcuni progetti d’architettura interventista molto importanti.
Per esempio recentemente ha scoperto l’esistenza di una piccola iniziativa lanciata in Siria da un gruppo di lavoratori che stanno cercando di creare un mulino a vento elettrico utilizzando materiali riciclati. In questo modo sarebbero in grado di sviluppare energia elettrica per le loro necessità locali e per affrontare tutte le atrocità che stanno accadendo intorno a loro.
Khaled Malas è intervenuto per dar loro una mano, per ideare insieme a loro la struttura di questi mulini a vento, capire come realizzarli per i luoghi che ne hanno necessità e per sostenere e facilitare la realizzazione di questi progetti.
Trovo che questo sia ciò che di più bello l’arte, gli artisti o le personalità creative possano fare.
È così che noi possiamo diventare maggiormente efficaci. Ma questi sono solo alcuni esempi.

Khaled Malas, Windmill. Photo: Yaseen al-Bushy.

Khaled Malas, Windmill. Photo: Yaseen al-Bushy.

TC: Si, grazie Reem. Vuoi aggiungere qualcosa? Magari c’è qualcosa che vuoi evidenziare oppure vuoi raccontarci qualche tua esperienza recente.
RF: Mi vengono in mente molte delle cose su cui mi sono soffermata a riflettere recentemente, ci sono così tanti capelli sulla mia testa e non so da cosa cominciare.
In realtà vorrei aggiungere che la dimensione socio-politica non viene mai rimossa dalla mia pratica curatoriale né da come sviluppo le mie idee; il contesto sociale e il contesto politico sono le cose che tengo sempre in considerazione quando lavoro su un progetto. Un’altra cosa su cui ho sempre investito è la costruzione di istituzioni perché sono molto realista e non sono interessata alle mostre temporanee. Non mi impegno in cose che sono solo effimere. Io vorrei contribuire alla costruzione di un ambiente artistico impegnato nella raccolta di storie immateriali. Spero che tutti questi sforzi servano a qualcosa. Anche il mio coinvolgimento nella Biennale di Marrakech spero possa servire a ristrutturare la Biennale.
La nostra fondatrice è stata Venessa Branson e ha guidato questa istituzione per dieci anni sviluppandola fintanto che ha potuto. Il recente patrocinio dal re è servito a riconsegnarla alla società.
Con questo invito mi è stata offerta l’occasione di collaborare alla creazione di un contesto in questa città utile allo sviluppo di una Biennale che è unica, perché viene sempre ospitata da un’istituzione pubblica.Quindi è davvero parte integrante della città ed è nella città stessa. E questa Biennale deve coinvolgere anche un’intera regione. E si tratta, come abbiamo già detto, di una regione ampia, che comprende il Mediterraneo, l’Africa, il Medio Oriente, il mondo arabo.
Quindi c’è molto a cui pensare e da lavorare per contribuire a costruire un modello che, si spera, possa essere di successo anche per gli anni a venire.

TC: Ok, Reem. Penso che abbiamo fatto un buon lavoro per il momento.

RM: Grazie.

TC: Grazie a te Reem.

Tiziana Casapietra è Fondatrice e Direttore Responsabile di Radicate.eu
Traduzione in italiano di Giulia Macchiarella

© radicate.eu