Stefano Boeri, Architetto (Milano)

stefano-boeri-17_3_2014_11_16_18_0001-e1475586986531Stefano Boeri è architetto e urbanista e vive e lavora a Milano.
Ha diretto le riviste di architettura Domus e Abitare. È ordinario di “Progettazione Urbanistica” al Politecnico di Milano. Ha fondato l’agenzia di ricerca Multiplicity, che si dedica allo studio delle trasformazioni delle città. Un progetto dell’agenzia dedicato ai flussi dell’immigrazione clandestina nel Mediterraneo è stato presentato nel 2002 a Documenta XI, Kassel (Germania). Tra il 2011 e il 2012 è stato Assessore alla Cultura, Moda, Design e Expo del Comune di Milano
Nel corso di questa conversazione Boeri racconta dell’incontro avvenuto a Berlino il 1 di Marzo con il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e la cancelliera tedesca Angela Merkel e del suo ultimo libro Fare di più con Meno (Do more with less) pubblicato nel 2013 da Il Saggiatore.
Barroso e Merkel hanno invitato una rete di intellettuali a discutere una “Nuova narrativa per l’Europa”, il progetto-gara lanciato nei mesi scorsi da Bruxelles per rinsaldare i contorni dell’unità europea http://ec.europa.eu/debate-future-europe/new-narrative/index_en.htm
«Le città europee dovrebbero diventare più che centri urbani, dovrebbero puntare a divenire capitali di cultura, aumentando la qualità di vita di tutti gli europei. Perché non cominciare a immaginare l’Europa come una grande mega-city, interconnessa da mezzi di trasporto e di comunicazione?». Questo il concetto-base della riflessione firmata da Boeri.

English version here


Una conversazione con Stefano Boeri sulla sua visione dell’Europa come un’unica città e sul suo libro “Fare di più con meno”

Trascrizione della conversazione in basso


  • Part 1 of 2

  • Part 2 of 2

Tiziana Casapietra: Mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa riguardo alla riunione hai avuto a Berlino con Barroso e la Merkel e della tua proposta.
Stefano Boeri: Questo progetto è iniziato alcuni mesi fa. Nel 2012 il Parlamento Europeo di Strasburgo ha rilasciato una dichiarazione in cui è stato chiesto al presidente Barroso di promuovere una tavola rotonda riguardante una nuova narrativa per l’Europa. L’idea è di coinvolgere un gruppo di pensatori, scienziati, artisti, scrittori e chiedere loro di immaginare come sia possibile promuovere oggi una nuova narrativa per l’Europa contemporanea. Non si tratta semplicemente di un marchio, ma dell’idea di proporre un concetto strutturale per il futuro dell’Europa.  Ho fatto parte di questo gruppo di pensatori con i quali abbiamo avuto una serie di incontri: il primo è stato a Varsavia in luglio, il secondo a Milano in dicembre e l’ultimo a Berlino circa un mese fa. In questa occasione ho proposto una visione dell’Europa relativa a un progetto realizzato assieme Multiplicity 2000-2001. All’interno della nostra ricerca sul mutamento urbano abbiamo avuto l’idea di guardare all’Europa come a un’unica città. Questo è ciò che fondamentalmente ho proposto a Barroso: perché non iniziare a vedere l’Europa come un’unica città?  Sappiamo molto bene che questa è una metafora e che le metafore a volte possono essere crudeli. Normalmente le metafore riducono la complessità, uccidendo l’eterogeneità della fenomenologia. In questo caso la metafora sull’Europa, vista come un’unica città, è estremamente produttiva. In effetti questa metafora ci spinge a immaginare, da una diversa prospettiva, come l’Europa possa essere governata, come l’Europa possa costituire un dispositivo culturale capace di coinvolgere nuovi gruppi di popolazione, nuove tradizioni, nuove culture. Allo stesso tempo questo è già confermato da prove: se si ha una visione satellitare notturna dell’Europa, immediatamente si capisce che il nostro continente è un unico ambiente metropolitano con una forte densità di popolazione concentrata in zone abitate. Più del 60% della popolazione europea vive all’interno di un ambiente urbano. La seconda prova è che questa città è costituita da un migliaio di piccole e medie città. Questa è una caratteristica assolutamente specifica dell’Europa. Questo grande ambiente urbano è in realtà un ambiente policentrico contenete più città di medie e piccole dimensioni. Solo due megalopoli, Parigi e Londra, vantano più di 10 milioni di abitanti, di norma in Europa non si hanno le megalopoli da 20 milioni di abitanti che si trovano facilmente in Asia, nel sud America, in Africa o nel nord America.  Tutte queste considerazioni confermano la mia opinione che ci si possa riferire all’Europa come a un’unica città. Una città con i suoi parchi: Alpi e Pirenei, per esempio, possono essere concepiti come enormi ambienti naturali circondati dalla città. Questa città ha al suo interno i propri giardini: i campi coltivati possono essere considerati come luoghi in cui investire nel futuro di un’agricoltura che possa essere utile ai cittadini. Tale prova geografica sostiene la metafora dell’Europa come città unica.  Esiste anche una percezione completamente diversa che è più legata alla vita quotidiana. Mi sto riferendo alle mappe delle rotte aeree in Europa dove si può notare immediatamente la densità degli spostamenti e dei voli. Questo spiega perché oggi possiamo muoverci in Europa, da Stoccolma a Palermo, da Porto a Belgrado nello spazio di una giornata. Questo è un altro modo di portare avanti l’idea dell’Europa vista come un’unica città, una città dove è possibile spostarsi facilmente in tempistiche adatte alle necessità della vita quotidiana. Questa percezione soggettiva è molto forte ed è legata alla vita personale di una minoranza di cittadini europei. Pensiamo agli studenti ed ex studenti del programma Erasmus. Il programma Erasmus è iniziato nel 1987 e attualmente ci sono più di 10 milioni di ex studenti che hanno sperimentato questo programma. In sostanza gli studenti Erasmus possiedono una rete europea internazionale di amicizie, di connessioni o di relazioni affettive e questo è un altro elemento che aiuta a comprendere perché l’Europa è una città unica. Quindi la mia proposta a Berlino è stata di iniziare a considerare tale possibilità, tale metafora e di iniziare anche a convincere la sfera politica che questa può essere una buona metafora per il prossimo futuro europeo.

TC: Come hanno reagito i politici alla tua proposta?
SB: La reazione è stata molto positiva e ora stiamo lavorando su un livello diverso. Possiamo usare questa metafora per iniziare a immaginare come si possa realizzare un giornale di cronaca quotidiana che segua la vita culturale di questa unica città: un giornale che anticipi quello che sta per accadere nei differenti distretti, vale a dire le diverse città, di questo unico ambiente urbano. Il punto è perché non lavorare a un giornale web che possa essere aggiornato – giorno per giorno, ora per ora – su cosa sta avvenendo in questo enorme ambiente? Questo è ciò su cui stiamo lavorando al momento. Ora siamo tutti assieme alla Biennale di Venezia e alla Biennale di Berlino per promuovere questo giornale web. Stiamo lavorando a un’idea di giornale che da un lato si occupi di informare e aggiornare i lettori su cosa sta avvenendo in città. Dall’altro lato questo giornale è anche un modo per mettere insieme un gruppo di pensatori che vivono in Europa e che seguono cosa accade in Europa. In effetti questo è esattamente ciò che oggi tiene unita l’Europa, e che l’ha tenuta unita per secoli. L’Europa non è mai stato un continente con precisi perimetri. È stato un ambiente geopolitico che ha cambiato i sui confini più volte. Se si cerca di descrivere cos’è l’Europa oggigiorno non si troverà ancora un perimetro chiaro: se la si osserva attraverso la prospettiva dell’Euro si ha una certa Europa, attraverso la prospettiva della Commissione Europea se ne ha un’altra, attraverso la sua rete di difesa un’altra ancora e così via. Ma alla fine ciò che tiene unita l’Europa è una sorta di conversazione globale fra i pensatori che producono il pensiero europeo. L’altro obiettivo di questo giornale è un tentativo di mettere assieme i pensatori e chiedere loro di iniziare un dialogo, di conversare, su cosa sta per avvenire in Europa. Utilizzando quindi la cultura come un primo chiave d’accesso per l’Europa.

TC: È molto interessante vedere come i politici europei siano così aperti nel considerare le tue proposte, le proposte intellettuali. Succede lo stesso in Italia? I politici italiani sono altrettanto aperti nel considerare proposte provenienti da intellettuali?
SB: No, non credo, ma dipende… Penso che non si possa generalizzare, dipende molto dai politici che si coinvolgono o che possono essere coinvolti nel progetto. Per me è difficile rispondere perché sono stato coinvolto recentemente nella politica, e come politico stavo giocando un ruolo completamente diverso da quello che ho adesso. Quando sono stato in quella posizione ho cercato di coinvolgere intellettuali e pensatori. La mia idea è che si possa immaginare una collaborazione con la sfera politica quando si ha una forte proposta. Questa proposta deve promuovere una visione. Il punto è: come possiamo essere noi – “pensatori” o “intellettuali” – in grado di evitare ogni tipo di strumentalizzazione da parte della politica? La sfera politica è solita usare le persone, le loro abilità, i loro talenti, per i suoi programmi, i suoi bisogni. Quindi il punto è come evitare questo tipo di rischio, perché è un grosso rischio.

TC: Pensi che l’Italia e I politici italiani siano pronti per questo?
SB: Si, certo. Sono interessato all’idea di chiedere alla sfera intellettuale di lavorare su di un progetto che abbia l’obiettivo di produrre una narrativa che non sia un marchio, né semplicemente qualcosa che si possa vendere. Produrre una narrativa richiede un profondo e intenso pensiero su cosa sta per accadere in un specifico territorio. È qualcosa che potrebbe essere estremamente utile anche per l’Italia. Ho intenzione di proporre a Matteo Renzi di creare una nuova narrativa per l’Italia. È una cosa che potrebbe essere estremamente produttiva. Cos’è l’Italia oggi? Come si possono evitare i cliché? Questa è la questione: come si possono evitare i cliché che sono solitamente usati per descrivere l’Italia come la terra della pizza e della mafia o come il paese del turismo.

TC: L’ultima domanda è sul tuo libro che ho trovato molto stimolante, “Fare di più con meno”. Non so se hai già la traduzione inglese per questo titolo. Vorresti approfittarne per illustrarlo al nostro pubblico internazionali? Mi piacciono molto la teoria e i punti che analizzi in questo libro.
SB: Nel libro è presente un’intervista che, grazie a Hans-Ulrich Obrist, abbiamo fatto allo storico britannico Eric Hobsbawm. Abbiamo tenuto questa conversazione nell’agosto 2012, praticamente poche settimane prima che lui morisse. Hobsbawm suggeriva con forza di considerare la crisi economica non come una condizione temporanea. Per lui questa crisi durerà e traccerà la linea della nuova condizione economica, politica e culturale dell’Europa. Siamo partiti da questo punto ed è con questa idea che siamo entrati in un nuovo paesaggio, una nuova condizione e dobbiamo imparare a vivere e a sviluppare idee, proposte e imprese all’interno di questa nuova condizione. Una nuova condizione in cui si ha scarsità di risorse e dove occorre imparare come ridurre l’ammontare di risorse per produrre benefici e sviluppi positivi. Questo è stato il punto di partenza del mio libro. Ho iniziato il libro con la storia di una lampada progettata subito dopo la guerra da tre fratelli italiani, i Castiglioni. Flos aveva chiesto loro di progettare una lampada e i fratelli Castiglioni non lavorarono su di un complicato dispositivo meccanico né su una innovazione tecnica bensì adottarono una sorta di atteggiamento bricoleur. Misero assieme tre pezzi: un pezzo di marmo, un pezzo di alluminio e un faro da automobile. E assemblando questi tre oggetti – molto semplici e completi in se stessi – furono capaci di stimolare un’incredibile accelerazione nella storia del design. Inventarono a tutti gli effetti un nuovo modo di illuminare gli spazi: la luce arriva dall’alto ma può essere orientata. Questa lampada, chiamata “Arco” è un esempio di come sia possibile fare di più con meno. Questo approccio rappresenta un’eccezionale accelerazione. Tale metafora è qualcosa che considero utile anche per la sfera politica. Quando ho scritto il libro ero assessore presso la città di Milano e in quanto tale responsabile per la Cultura, la Moda, il Design e il prossimo EXPO 2015: questo è il motivo per cui in questo libro promuovo o cerco di suggerire alcune idee per produrre e attuare le politiche pubbliche in una condizione di scarsità di risorse economiche.

TC: Mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa riguardo alla riunione hai avuto a Berlino con Barroso e la Merkel e della tua proposta.
SB: Questo progetto è iniziato alcuni mesi fa. Nel 2012 il Parlamento Europeo di Strasburgo ha rilasciato una dichiarazione in cui è stato chiesto al presidente Barroso di promuovere una tavola rotonda riguardante una nuova narrativa per l’Europa. L’idea è di coinvolgere un gruppo di pensatori, scienziati, artisti, scrittori e chiedere loro di immaginare come sia possibile promuovere oggi una nuova narrativa per l’Europa contemporanea. Non si tratta semplicemente di un marchio, ma dell’idea di proporre un concetto strutturale per il futuro dell’Europa.
Ho fatto parte di questo gruppo di pensatori con i quali abbiamo avuto una serie di incontri: il primo è stato a Varsavia in luglio, il secondo a Milano in dicembre e l’ultimo a Berlino circa un mese fa. In questa occasione ho proposto una visione dell’Europa relativa a un progetto realizzato assieme Multiplicity 2000-2001. All’interno della nostra ricerca sul mutamento urbano abbiamo avuto l’idea di guardare all’Europa come a un’unica città. Questo è ciò che fondamentalmente ho proposto a Barroso: perché non iniziare a vedere l’Europa come un’unica città? Sappiamo molto bene che questa è una metafora e che le metafore a volte possono essere crudeli. Normalmente le metafore riducono la complessità, uccidendo l’eterogeneità della fenomenologia. In questo caso la metafora sull’Europa, vista come un’unica città, è estremamente produttiva. In effetti questa metafora ci spinge a immaginare, da una diversa prospettiva, come l’Europa possa essere governata, come l’Europa possa costituire un dispositivo culturale capace di coinvolgere nuovi gruppi di popolazione, nuove tradizioni, nuove culture. Allo stesso tempo questo è già confermato da prove: se si ha una visione satellitare notturna dell’Europa, immediatamente si capisce che il nostro continente è un unico ambiente metropolitano con una forte densità di popolazione concentrata in zone abitate. Più del 60% della popolazione europea vive all’interno di un ambiente urbano. La seconda prova è che questa città è costituita da un migliaio di piccole e medie città. Questa è una caratteristica assolutamente specifica dell’Europa. Questo grande ambiente urbano è in realtà un ambiente policentrico contenete più città di medie e piccole dimensioni. Solo due megalopoli, Parigi e Londra, vantano più di 10 milioni di abitanti, di norma in Europa non si hanno le megalopoli da 20 milioni di abitanti che si trovano facilmente in Asia, nel sud America, in Africa o nel nord America. Tutte queste considerazioni confermano la mia opinione che ci si possa riferire all’Europa come a un’unica città. Una città con i suoi parchi: Alpi e Pirenei, per esempio, possono essere concepiti come enormi ambienti naturali circondati dalla città. Questa città ha al suo interno i propri giardini: i campi coltivati possono essere considerati come luoghi in cui investire nel futuro di un’agricoltura che possa essere utile ai cittadini. Tale prova geografica sostiene la metafora dell’Europa come città unica. Esiste anche una percezione completamente diversa che è più legata alla vita quotidiana. Mi sto riferendo alle mappe delle rotte aeree in Europa dove si può notare immediatamente la densità degli spostamenti e dei voli. Questo spiega perché oggi possiamo muoverci in Europa, da Stoccolma a Palermo, da Porto a Belgrado nello spazio di una giornata. Questo è un altro modo di portare avanti l’idea dell’Europa vista come un’unica città, una città dove è possibile spostarsi facilmente in tempistiche adatte alle necessità della vita quotidiana. Questa percezione soggettiva è molto forte ed è legata alla vita personale di una minoranza di cittadini europei. Pensiamo agli studenti ed ex studenti del programma Erasmus. Il programma Erasmus è iniziato nel 1987 e attualmente ci sono più di 10 milioni di ex studenti che hanno sperimentato questo programma. In sostanza gli studenti Erasmus possiedono una rete europea internazionale di amicizie, di connessioni o di relazioni affettive e questo è un altro elemento che aiuta a comprendere perché l’Europa è una città unica. Quindi la mia proposta a Berlino è stata di iniziare a considerare tale possibilità, tale metafora e di iniziare anche a convincere la sfera politica che questa può essere una buona metafora per il prossimo futuro europeo.

TC: Come hanno reagito i politici alla tua proposta?
SB: La reazione è stata molto positiva e ora stiamo lavorando su un livello diverso. Possiamo usare questa metafora per iniziare a immaginare come si possa realizzare un giornale di cronaca quotidiana che segua la vita culturale di questa unica città: un giornale che anticipi quello che sta per accadere nei differenti distretti, vale a dire le diverse città, di questo unico ambiente urbano. Il punto è perché non lavorare a un giornale web che possa essere aggiornato – giorno per giorno, ora per ora – su cosa sta avvenendo in questo enorme ambiente? Questo è ciò su cui stiamo lavorando al momento. Ora siamo tutti assieme alla Biennale di Venezia e alla Biennale di Berlino per promuovere questo giornale web. Stiamo lavorando a un’idea di giornale che da un lato si occupi di informare e aggiornare i lettori su cosa sta avvenendo in città. Dall’altro lato questo giornale è anche un modo per mettere insieme un gruppo di pensatori che vivono in Europa e che seguono cosa accade in Europa. In effetti questo è esattamente ciò che oggi tiene unita l’Europa, e che l’ha tenuta unita per secoli.
L’Europa non è mai stato un continente con precisi perimetri. È stato un ambiente geopolitico che ha cambiato i sui confini più volte. Se si cerca di descrivere cos’è l’Europa oggigiorno non si troverà ancora un perimetro chiaro: se la si osserva attraverso la prospettiva dell’Euro si ha una certa Europa, attraverso la prospettiva della Commissione Europea se ne ha un’altra, attraverso la sua rete di difesa un’altra ancora e così via. Ma alla fine ciò che tiene unita l’Europa è una sorta di conversazione globale fra i pensatori che producono il pensiero europeo. L’altro obiettivo di questo giornale è un tentativo di mettere assieme i pensatori e chiedere loro di iniziare un dialogo, di conversare, su cosa sta per avvenire in Europa. Utilizzando quindi la cultura come un primo chiave d’accesso per l’Europa.

TC: È molto interessante vedere come i politici europei siano così aperti nel considerare le tue proposte, le proposte intellettuali. Succede lo stesso in Italia? I politici italiani sono altrettanto aperti nel considerare proposte provenienti da intellettuali?
SB: No, non credo, ma dipende… Penso che non si possa generalizzare, dipende molto dai politici che si coinvolgono o che possono essere coinvolti nel progetto. Per me è difficile rispondere perché sono stato coinvolto recentemente nella politica, e come politico stavo giocando un ruolo completamente diverso da quello che ho adesso. Quando sono stato in quella posizione ho cercato di coinvolgere intellettuali e pensatori. La mia idea è che si possa immaginare una collaborazione con la sfera politica quando si ha una forte proposta. Questa proposta deve promuovere una visione. Il punto è: come possiamo essere noi – “pensatori” o “intellettuali” – in grado di evitare ogni tipo di strumentalizzazione da parte della politica? La sfera politica è solita usare le persone, le loro abilità, i loro talenti, per i suoi programmi, i suoi bisogni. Quindi il punto è come evitare questo tipo di rischio, perché è un grosso rischio.

TC: Pensi che l’Italia e I politici italiani siano pronti per questo?
SB: Si, certo. Sono interessato all’idea di chiedere alla sfera intellettuale di lavorare su di un progetto che abbia l’obiettivo di produrre una narrativa che non sia un marchio, né semplicemente qualcosa che si possa vendere. Produrre una narrativa richiede un profondo e intenso pensiero su cosa sta per accadere in un specifico territorio. È qualcosa che potrebbe essere estremamente utile anche per l’Italia. Ho intenzione di proporre a Matteo Renzi di creare una nuova narrativa per l’Italia. È una cosa che potrebbe essere estremamente produttiva. Cos’è l’Italia oggi? Come si possono evitare i cliché? Questa è la questione: come si possono evitare i cliché che sono solitamente usati per descrivere l’Italia come la terra della pizza e della mafia o come il paese del turismo.

TC: L’ultima domanda è sul tuo libro che ho trovato molto stimolante, “Fare di più con meno”. Non so se hai già la traduzione inglese per questo titolo. Vorresti approfittarne per illustrarlo al nostro pubblico internazionali? Mi piacciono molto la teoria e i punti che analizzi in questo libro.
SB: Nel libro è presente un’intervista che, grazie a Hans-Ulrich Obrist, abbiamo fatto allo storico britannico Eric Hobsbawm. Abbiamo tenuto questa conversazione nell’agosto 2012, praticamente poche settimane prima che lui morisse. Hobsbawm suggeriva con forza di considerare la crisi economica non come una condizione temporanea. Per lui questa crisi durerà e traccerà la linea della nuova condizione economica, politica e culturale dell’Europa. Siamo partiti da questo punto ed è con questa idea che siamo entrati in un nuovo paesaggio, una nuova condizione e dobbiamo imparare a vivere e a sviluppare idee, proposte e imprese all’interno di questa nuova condizione. Una nuova condizione in cui si ha scarsità di risorse e dove occorre imparare come ridurre l’ammontare di risorse per produrre benefici e sviluppi positivi. Questo è stato il punto di partenza del mio libro. Ho iniziato il libro con la storia di una lampada progettata subito dopo la guerra da tre fratelli italiani, i Castiglioni. Flos aveva chiesto loro di progettare una lampada e i fratelli Castiglioni non lavorarono su di un complicato dispositivo meccanico né su una innovazione tecnica bensì adottarono una sorta di atteggiamento bricoleur. Misero assieme tre pezzi: un pezzo di marmo, un pezzo di alluminio e un faro da automobile. E assemblando questi tre oggetti – molto semplici e completi in se stessi – furono capaci di stimolare un’incredibile accelerazione nella storia del design. Inventarono a tutti gli effetti un nuovo modo di illuminare gli spazi: la luce arriva dall’alto ma può essere orientata. Questa lampada, chiamata “Arco” è un esempio di come sia possibile fare di più con meno. Questo approccio rappresenta un’eccezionale accelerazione. Tale metafora è qualcosa che considero utile anche per la sfera politica. Quando ho scritto il libro ero assessore presso la città di Milano e in quanto tale responsabile per la Cultura, la Moda, il Design e il prossimo EXPO 2015: questo è il motivo per cui in questo libro promuovo o cerco di suggerire alcune idee per produrre e attuare le politiche pubbliche in una condizione di scarsità di risorse economiche.
Ringraziamo Laura Mazza, Azzurra Muzzonigro e Garvin Cummings per aver contribuito alla realizzazione di questo lavoro.

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