Stella Santacatterina presenta l’artista Daniele Puppi (Roma)

Daniele-PuppiDaniele Puppi è nato in Italia nel 1970 a Pordenone, laureato all’Accademia di Belle Arti di Roma, vive attualmente tra Roma e Londra. Tra le varie esposizioni ricordiamo quelle al Maxxi, alla GNAM e alla Quadriennale di Roma, all’HangarBicocca e alla Triennale di Milano, al MART di Rovereto, alla GAMEC di Bergamo, al Melbourne International Arts Festival e al MAMBA di Buenos Aires. Inoltre si descrivono alcune tra le principali opere di Puppi come le “Fatiche”, “Zero”, “Cinema Rianimato” e “Happy Moms”. Qui di seguito un accenno alle opere citate durante la conversazione. Le “Fatiche”(1996-2009) sono una serie di lavori generati dall’incontro dell’artista con lo spazio, all’interno della quale Puppi compie una serie ripetitiva di sforzi estenuanti e gesti rumorosi che vengono ripresi e proiettati sulle superfici dello spazio espositivo. “Zero” è un’opera del 2009 che utilizza l’intero spazio espositivo per agire sulla percezione dello spettatore, giocata sul rumore ritmico delle porte che si aprono e chiudono violentemente. Lo spettatore viene inaspettatamente coinvolto all’interno di uno spazio dinamico e diventando lui stesso parte dell’opera. Nel “Cinema Rianimato”, l’artista si serve di spezzoni di film già esistenti, li rimonta deformandoli, amplificando il sonoro e contraendo l’immagine. Il risultato viene proiettato su maxischermi al fine di espandere l’immagine cinematografica oltre i limiti prestabiliti. La sua opera “Happy Moms” è una disinibita installazione videosonora presentata al museo Maxxi di Roma nel 2013 che riprende immagini di parti intime del corpo femminile e le fa roteare così velocemente da far perdere la percezione di ciò che si sta guardando. A questa conversazione fa da sfondo un lavoro che l’artista tiene in studio, in linea con la sua idea di dinamicità, nel tentativo di creare un movimento partendo da un’immagine statica.

English version here


Stella Santacatterina in conversazione con Daniele Puppi

Trascrizione della conversazione in basso

Stella Santacatterina: Siamo qui a Roma nello studio di Daniele Puppi, uno tra i più interessanti artisti della nuova generazione dell’arte italiana con una carriera alle spalle molto intensa, conosciuto anche a livello internazionale. Daniele, tu sei molto conosciuto per i primi lavori in particolare le “Fatiche”, come “Fatica N. 2”, “Fatica N. 25” e poi i “Frammenti” che erano una conseguenza di tali lavori.
Daniele Puppi: Le “Fatiche” sono un’avventura, una sorta di conquista dello spazio che è iniziata nel 1996 ed è finita nel 2009. Si è trattato di un’esperienza di confronto corpo a corpo con lo spazio architettonico, dove in qualche modo il mio corpo diventava un mezzo con cui sperimentavo lo spazio stesso. Guardandomi indietro, le “Fatiche” possono essere considerate come un unico lavoro, dove ogni spazio e ogni museo con cui avevo a che fare diventava una tappa. Quindi alla fine è risultato una sorta di viaggio avventuroso alla ricerca di me stesso.

SS: Infatti non potevi assolutamente più intervenire nello stesso spazio e non ti potevi ripetere.
DP: Esatto, erano lavori specifici nello spazio in cui lo spazio stesso diventava un punto di appoggio per la videoproiezione, il suono e le vibrazioni.

SS: Prima di parlare del “Cinema Rianimato”, vogliamo parlare del lavoro intitolato “Zero”?
DP: Nel 2009 per il lavoro “Zero” ho utilizzato per la prima volta degli elementi meccanici sincronizzati e temporizzati: all’interno di uno spazio composto da 12 stanze comunicanti, una serie di porte, finestre e finestroni venivano messi in moto mediante motori. Lo spazio diventava dinamico, in qualche modo si rianimava e tu non avevi più il controllo del movimento nello spazio, ma era lo spazio che controllava te. E quindi il corpo era obbligato a muoversi e a compiere una sorta di performance all’interno di questo spazio che diventava buio o si illuminava. Dunque dovevi trovare il momento esatto per passare da una porta all’altra altrimenti la porta ti si chiudeva addosso. Insomma questa era un po’ l’idea.

Daniele Puppi, Frammento Zero /b, 2009. Courtesy of the artist.

Daniele Puppi, Frammento Zero /b, 2009.
Courtesy of the artist.

SS: Quindi anche il suono provocato dallo sbattere delle porte e il gioco di luci ed ombre che creavano dei disegni…
DP: Il suono non era registrato ma era proprio una sorta di percussione dello spazio, un vero e proprio concerto di porte e finestre. Il titolo “Zero” è stato assegnato per questo motivo, per il fatto di aprire e chiudere, le due possibilità che si sono presentate. Mi soffermerei un po’ di più su questo lavoro come tentativo poi riuscito di creare una sorta di spiazzamento voluto; cercato per dare la possibilità alle persone di lasciarsi andare all’interno di questo spazio e poter vivere un’esperienza vera e propria. Questo è uno dei diversi elementi che da sempre cerco di trasmettere nel lavoro. Innanzi tutto non voglio comunicare assolutamente nulla perché per me l’arte non è comunicazione, ma semmai è trasmissione. La mia idea è di trasmettere una sensazione tramite un’esperienza.

SS: Questo avveniva anche con le “Fatiche” perché lo spettatore non poteva essere solo uno spettatore, ma doveva in qualche modo reagire. Infatti veniva completamente travolto da questa esperienza da cui non c’era un punto di fuga e si trovava spiazzato. Però con l’utilizzo delle porte c’era più movimento fisico da parte dello spettatore che si sentiva coinvolto anche a livello fisico oltre che mentale.
DP: Infatti da sempre cerco questo tipo di rapporto con lo spettatore, cercando di trasmettere un’esperienza attraverso un concetto molto importante, il concetto della sensazione. L’idea di creare uno shock, attraverso degli escamotage sonori come amplificazioni molto forti o attraverso immagini che compaiono in punti inaspettati, verte proprio su questo tipo di volontà. Mi interessa spiazzare per pochi istanti l’ipotetico visitatore, che poi sarei io, e creare quella sorta di vuoto, di azzeramento del pensiero abitudinario, che permette all’impressione e quindi alla percezione di essere aperta, di lasciarsi andare, anche se per pochi istanti però fondamentali, perché è lì che si crea la trasmissione tra l’opera e lo spettatore insomma. Questo è molto importante, non c’è nulla da comunicare, non c’è nulla da sapere, lo diceva anche Piero Manzoni. Cioè bisogna solamente essere.

SS: Prima di iniziare a parlare di “Happy Moms” presentato al museo Maxxi di Roma, mi vorrei soffermare sul “Cinema Rianimato”. Nel “Cinema Rianimato N. 3”, ad esempio, ho notato una certa continuità con le “Fatiche”, con la differenza che il contesto non è più uno spazio o un luogo fisico, ma il film diventa il tuo spazio dove viene stravolto tutto con una serie di interventi.
DP: Il cinema rianimato parte sempre da un’idea di base, cioè da una mia riflessione personale. Mi chiedevo come fosse possibile che dopo 150 anni dalla nascita del cinema fossimo ancora relegati a una visione molto statica perché l’immagine non esce mai dal proprio limite. A parte qualche esperienza di cinema espanso degli anni ’60/’70, non si esce da quello che è il limite imposto dall’immagine o dal formato stesso che può essere il CinemaScope, 16/9 o quant’altro.

SS: Ciò mi fa pensare all’idea di Hans Richter e Fernand Léger che sostenevano che il cinema e quindi il film come derivazione del teatro o della fotografia fosse una porcheria. Il cinema doveva tendere a un’esperienza neoplastica. Questa era la prima aspirazione del cinema che poi invece è scivolato nel narrativo. Però il sogno c’era, nel linguaggio filmico l’aspirazione massima sostenuta da pionieri come Léger è che il film debba mirare a un linguaggio plastico.
DP: L’immagine deve fuoriuscire dallo spazio. Nel cinema il concetto di movimento non viene dato dal formato stesso, ma viene sempre espresso all’interno della narrazione attraverso il susseguirsi di immagini statiche. Quindi la mia idea era di creare una sorta di movimento dell’immagine che invadeva lo spazio stesso e provocava di fatto una sospensione del senso.

SS: Quindi anche una continuità orizzontale dell’immagine dopo l’immagine.
DP: Certo, creare questa sorta di frantumazione interna era per dare la possibilità all’immagine di espandersi all’esterno creando un movimento. Il mio obiettivo era di creare un nuovo tipo di visione del cinema in cui lo spettatore non può più restare seduto sulla poltrona, ma è coinvolto attivamente a seguire l’immagine nello spazio ed il suono. Quindi tutto il corpo diventa dinamico, per permettere una percezione attiva di qualcosa che si muove ed è difficile da seguire anche dal punto di vista fisico. Ciò ha dato vita ad una serie di lavori appunto dal titolo “Cinema Rianimato”  in cui è presente questa componente dinamica molto forte. L’immagine esce dal proprio limite ed invade lo spazio, mentre il suono, frantumato in determinati modi, si distilla e segue l’immagine, o meglio è l’immagine che segue il suono. Un elemento importante di tutti i miei lavori, generalmente mai troppo valutato e discusso, è che l’immagine fondamentalmente è sempre un pretesto, poiché è il suono che fa da locomotiva all’immagine. Il suono, per come lo intendo io, è una sorta di deviazione; un ritmo su cui poi appoggio l’immagine e su cui poi si appoggia anche lo spazio.

Daniele Puppi, Cinema Rianimato N.3, Ex-Gil 2012. Courtesy of the artist.

Daniele Puppi, Cinema Rianimato N.3, Ex-Gil 2012.
Courtesy of the artist.

SS: Quindi diciamo che la struttura ossea è il suono, la vibrazione. Nel tuo lavoro esposto al museo Macro di Roma, non solo le immagini sono stravolte, ma anche il suono risulta alterato. Conduci sempre il personaggio (o i personaggi) a fare cose che non esistono, quindi è stravolta completamente la scrittura del film.
DP: È completamente stravolta perché il film è rimontato, anche la scelta del film è particolare. Scelgo dei film che per me in origine avevano un potenziale molto forte, ma che non è stato espresso come a mio avviso doveva essere. Quindi praticamente rimonto il film, tolgo tutte le parti in cui c’è un dialogo, azzero completamente ogni tipo di narrazione possibile e creo il mio lavoro, lasciando una sorta di sospensione del senso. Il film acquisisce dunque un’altra dinamica che è completamente sospesa, cioè non c’è più un significante da cercare e un significato, ma il senso è sospeso. Non annullato, sospeso. Nell’ultimo lavoro presentato al museo Maxxi di Roma dal titolo “Happy Moms”, un’immagine statica diventa dinamica attraverso un’accelerazione. In questa sorta di energia centripeta molto forte, l’occhio umano non riesce a reggere questa visione così veloce e dunque lo spettatore si trova costretto ad andarsene o a lasciarsi andare. Nel momento in cui ti lasci andare, entri nell’interno di un vortice di immagini, che poi di fatto è anche un vortice sonoro e vibrazionale con la componente dell’elica molto forte. Inoltre ho utilizzato una frequenza molto bassa di 433 Hertz, simile alla frequenza dell’Ohm, con vocali e consonanti profonde che richiamavano l’idea meditativa e creavano una sorta di viaggio all’interno di questo buco o vortice. Ciò era simile ad un viaggio spaziale all’interno del colore dell’immagine che diventava qualsiasi cosa, perché la velocità era in grado di trasformare un’immagine di partenza banale in qualcosa di mai visto prima.

SS: Il lavoro è stato recepito benissimo dal pubblico dell’arte, difatti al Maxxi ha ottenuto molto successo, però quando l’hanno trasferito su youtube te l’hanno censurato. Come la metti tu questa cosa?
DP: Sono rimasto abbastanza spiazzato che me l’abbiano censurato, perché su youtube c’è di tutto e di più. Però la cosa curiosa è che abbiano censurato un lavoro certificato che è stato esposto in un museo importante italiano, tra l’altro l’unico museo riconosciuto all’estero. Probabilmente è stato a causa del titolo, poiché “Happy Moms” richiamava un pubblico di mamme. Le mamme felici probabilmente si sono ribellate e non vogliono essere felici.

SS: Mi vengono in mente una serie di film americani degli anni ’60 con queste sexy mamme, che erano molto contenti di essere censurati.
DP: La cosa curiosa è che il mio video nel giro di una settimana aveva ottenuto 2500 visualizzazioni prima che partisse la segnalazione e lo censurassero.

SS: Perché lo hai intitolato “Happy Moms”?

Daniele Puppi, Fatica N.28 bis, 2008. Courtesy of the artist.

Daniele Puppi, Fatica N.28 bis, 2008.
Courtesy of the artist.

DP: Perché mi piaceva molto questa idea. Effettivamente il lavoro è stato realizzato utilizzando sia immagini mie di repertorio di ex fidanzate, sia immagini prese tra le milioni di immagini che aleggiano nel web. È un lavoro molto forte perché riesce a trasformare l’immagine tra virgolette pornografica, anche se per me la pornografia è un’altra cosa, in qualcosa di sublime, cioè in qualcosa che non è neanche più una figura, non è più figurativo e diventa qualcos’altro.

SS: Diventa un’immagine astratta, con questo gioco di colori come un carosello…
DP: Con i colori molto forti, con il suono e con questa elica che gira in modo vorticoso.

SS: Quindi c’è una cancellazione dell’iconografia.
DP: Esatto, è proprio quello il punto, come riuscire a trasformare.

SS: Quindi sicuramente non è stato per questo, anche perché per te, tutte le immagini sono un pretesto; quindi usare immagini che si trovano facilmente e che sono riconoscibili è la cosa più semplice. Evidentemente spaventa, non sopportano la vista che non possono seguire, non sono abituati. Comunque youtube è un po’ strano perché al museo il lavoro è stato capito.
DP: Sì, youtube è una cosa curiosa. Infatti ci si potrebbe si potrebbe quasi fare un lavoro su questo tipo di censura, sebbene in Occidente non esista la censura.E prima di finire vi voglio far ascoltare un pezzo di musica molto interessante che è l’ultimo capolavoro per me di Gioachino Rossini (Duetto tra due gatti, ndr), prima che lui lasciasse la musica. Un minuto e ve lo faccio ascoltare.

© radicate.eu