Taraneh Hemami, Recounting Experiences

Taraneh no testoQuesta è la seconda di una serie di conversazioni che Elham Puriyamehr, artista, critica e curatrice iraniana, presenterà nell’ambito del suo progetto curatoriale “Recounting Experiences” concepito per la piattaforma online Radicate.eu allo scopo di mostrare lo sviluppo della ricerca artistica dell’Asia Occidentale. In particolare questa video conversazione presenta il lavoro della curatrice e artista multidisciplinare Taraneh Hemami. Nata e cresciuta a Teheran, in Iran, vive e lavora a San Francisco. Attraverso l’uso di diversi media, Hemami affronta tematiche riguardanti la storia, lo spostamento e la memoria coinvolgendo la propria comunità in diversi progetti. La sua pratica artistica comprende installazioni, oggetti, scultura, archivi di immagini e dati e tra i suoi lavori si ricorda: People Power, Museum of Capitalism (Oakland, California, 2017); One Voice (Yekseda), Montalvo Arts Center (Saratoga, California, 2017); Blood Curtain, progetto Theory of Survival, San Francisco Arts Commission Gallery (San Francisco, 2016); Hall of Reflections, San Francisco Arts Commission (San Francisco, 2002).

Questa video conversazione è stata realizzata in collaborazione con la galleria Ag di Teheran.

English version here.



  • Una conversazione con Taraneh Hemami
  • Un estratto di due minuti dalla nostra conversazione

 

Elham Puriyamehr: Grazie di aver accettato di partecipare a questa conversazione.
Taraneh Hemami: 
Grazie per l’invito.

EP: Come prima domanda vorrei chiederle della sua formazione come artista: in che modo ha capito di voler essere un’artista? In che modo questa dimensione artistica si è inserita nella sua carriera?
TH:
È qualcosa che faccio da tutta la vita. Dacché mi ricordi, ho sempre disegnato, ma durante gli anni di formazione ho studiato prevalentemente musica a Kargah-e Moosighi in Iran; l’ho studiata per sette, otto anni. Durante la mia adolescenza ho iniziato a considerare l’arte visiva più seriamente. Per molti anni ho seguito alcune lezioni di Nima Petgar in Iran e ho frequentato uno studio di design. Ho provato a disegnare e a dipingere e ho finito con il diventare un’artista. Anche se non c’era nessun altro artista intorno a me, eccetto nel contesto scolastico e alle lezioni, e non conoscevo nessuno che praticasse arte a livello professionale, per me si trattava di una sorta di sogno.

EP: Certo. È arrivata negli Stati Uniti nel 1978 per studiare belle arti, se non sbaglio. In che modo l’esperienza vissuta durante questo periodo difficile ha formato la sua carriera in quanto artista?
TH:
È una domanda interessante. Quando nel 1978 sono arrivata negli Stati Uniti è stato per studiare all’estero e fare questa esperienza. Ma il piano prevedeva che io studiassi a New York e tornassi in Iran dopo alcuni anni. Non sapevamo che la vita avesse un piano diverso. Sei mesi dopo essere arrivata, i politici iraniani iniziarono a essere sostituiti ed era evidente che stava per avvenire un grande cambiamento.

Taraneh Hemami, Bulletin, 2017. Courtesy the artist.

Taraneh Hemami, Bulletin, Theory of Survival publications, with Arts at CIIS (California Institute of Integral Studies), 2015.

Taraneh Hemami, Bulletin, 2017. Courtesy the artist.

Taraneh Hemami, Bulletin, Theory of Survival publications, with Arts at CIIS (California Institute of Integral Studies), 2015.

Certamente si trattava di qualcosa che, essendo cresciuti in Iran, avevamo previsto. Comunque mi trovavo lontano e ho pensato di non tornare in Iran finché la situazione politica non fosse cambiata. Le stesse università erano state chiuse e noi attendevamo che la situazione politica cambiasse. Per alcuni anni, a seguito della crisi degli ostaggi e della guerra, i miei fratelli ed io abbiamo vissuto lontano dai nostri genitori che invece erano tornati in Iran. Non potevo andarli a trovare quindi c’era molta nostalgia, come ho già detto in quegli anni aspettavamo di capire cosa sarebbe successo e tutti questi cambiamenti sono stati vissuti da lontano. La mia vita stava cambiando e non avevo davvero alcun controllo su questo cambiamento e nemmeno capivo cosa stesse realmente avvenendo. Le buone notizie erano rare e per molti anni, specialmente durante la guerra, abbiamo ricevuto informazioni dall’Iran con grande difficoltà. Visto che la mia famiglia si trovava in Iran, eravamo preoccupati e ci aspettavamo sempre il peggio. Quegli anni hanno avuto sicuramente una grande influenza su di me come persona e alla fine anche sul mio lavoro.

Taraneh Hemami, Bulletin, 2017. Courtesy the artist.

Taraneh Hemami, Bulletin, Theory of Survival publications, with Arts at CIIS (California Institute of Integral Studies), 2015.

 

EP: Grazie. Tornando alle sue opere, quali sono gli aspetti più importanti nel suo lavoro? Come descrive il suo lavoro e gli elementi fondamentali nelle sue opere?
TH:
Posso parlare del mio lavoro da diverse angolazioni. Sono molto più entusiasta quando ho l’opportunità di instaurare un dialogo con il pubblico in modo diretto. Con diretto intendo anche coinvolgendolo nella partecipazione ai miei progetti, creando a volte lavori che si completano solo con il pubblico. Un altro aspetto che entra in gioco nel mio lavoro è quello di riunire le comunità. Con il mio lavoro riunisco le persone in un luogo al fine di facilitare conversazioni e dialoghi. E più la dimensione politica è diventata instabile, specialmente per quanto riguarda la relazione tra Iran e Stati Uniti, più l’aspetto del dialogo tra le persone ha acquisito importanza diventando il centro del mio lavoro. C’è molto andare avanti e indietro tra lavori realizzati in studio e lavori realizzati collettivamente per i quali invito un numero di artisti a collaborare creativamente con me nella realizzazione di progetti spesso incentrati sull’Iran e la sua storia. Quindi l’Iran e la storia sono diventanti il tema su cui ho lavorato negli ultimi anni, svolgendo ricerche e realizzando installazioni, pubblicazioni e oggetti. Ho attinto da questa storia e forse più specificatamente dalla storia di questo secolo.

EP: Con una molteplicità di media, giusto? Perché noto che nel suo lavoro utilizza video arte, arte pubblica e installazioni. Come sceglie i media e le superfici su cui lavorare? C’è un’estetica particolare legata alla ricerca del luogo e dei materiali?
TH:
Essendo pittrice di formazione, per me è sempre una sfida fare scultura. In qualche modo mi sono sempre considerata anche una produttrice di oggetti quindi il fatto di lavorare e realizzare cose con le mani è molto importante per me. Mi piace che il materiale evochi concetti o che li incorpori come se fossero, essi stessi, parte materica del lavoro.

 

Taraneh Hemami, Blood Curtain, Theory of Survival project, 8mm beaded curtains with threads and stainless steel, San Francisco Arts Commission Gallery (San Francisco), 2016, photo by Catherine Symens-Bucher.

Taraneh Hemami, Blood Curtain, Theory of Survival project, 8mm beaded curtains with threads and stainless steel, San Francisco Arts Commission Gallery (San Francisco), 2016, photo by Catherine Symens-Bucher.

Taraneh Hemami, Blood Curtain, Theory of Survival project, 8mm beaded curtains with threads and stainless steel, San Francisco Arts Commission Gallery (San Francisco), 2016, photo by Catherine Symens-Bucher.

Taraneh Hemami, Blood Curtain, Theory of Survival project, 8mm beaded curtains with threads and stainless steel, San Francisco Arts Commission Gallery (San Francisco), 2016, photo by Catherine Symens-Bucher.

L’esperienza che il pubblico vive con il lavoro è molto importante per me e molto spesso è l’elemento più rilevante. Le faccio un esempio: se tratto un argomento con cui il mio pubblico potrebbe far fatica a relazionarsi, per avvicinarlo scelgo di utilizzare materiali estremamente seduttivi. Tutte queste cose confluiscono nel lavoro. Per i miei lavori utilizzo il collage e l’alfabeto e si tratta di una scelta intenzionale, perché sono ben consapevole che il pubblico non può leggere o parlare la stessa lingua. Abbiamo questa barriera che, a un pubblico non iraniano, fa percepire una parola all’interno di una frase diversamente. Ad ogni modo, questo è esattamente l’elemento centrale del mio lavoro.

 

3 tears, VA 2011Taraneh Hemami, Alphabet of Silence, Collage and wax on ceramics, collection of Victoria and Albert Museum, 2011.

 

EP: Vorrei chiederle del suo collage e del modo in cui usa le foto d’archivio come tecnica di narrazione. Questa forma di archivio mi pare sia ricorrente in quasi tutti i suoi lavori così come la rivisitazione del passato recente. Come è arrivata a usare l’archivio in questo modo?
TH:
Ho iniziato a usare le foto subito dopo la scomparsa di mio padre quando sono tornata in Iran e ho portato con me alcune fotografie. Per alcuni anni dopo la scomparsa di mio padre ho lavorato con la pittura creando un intero corpus di opere sulle foto di famiglia. Subito dopo, mi sono interessata a tutte quelle storie di cui le fotografie si fanno veicolo, al di là della famiglia e delle relazioni. Ho invitato la comunità degli iraniani nella dell’Area della Baia di San Francisco con l’idea di raccogliere le loro storie e subito quella comunità è diventata anche mia.

 

Taraneh Hemami, Mirror Assemblages (Hall of Reflections), 2002-2006.

Taraneh Hemami, Hall of Reflections, photographs on glass with silkscreen patterns on mirror and glass, San Francisco Arts Commission (SFAC), 2002.

 

 

Nel 2000 ho preso la decisione di diventare una cittadina americana; la mia famiglia si trovava già qui, quindi ho deciso di restare in modo permanente e non tornare in Iran. Questo è diventato davvero importante: scoprire quali storie le persone avevano da condividere tra loro e con la comunità. Il lavoro del collage è iniziato con queste fotografie, ma il progetto si è ampliato così tanto da diventare il contesto in cui tutti i membri della comunità portano i propri materiali per essere scannerizzati. Il bisogno di archiviare materiali personali è molto sentito quando si vive fuori dal proprio paese e per un certo periodo mi è parso che questa raccolta fosse compito mio. Successivamente il progetto si è ampliato, si sono aggiunti libri, pubblicazioni e archivi che riguardano gli ultimi trenta, quaranta anni della comunità iraniana insediata nell’Area della Baia di San Francisco, a Berkeley, nella California settentrionale. Ho scanerizzato la maggior parte del materiale che ho raccolto, quindi ne custodisco la forma digitale, ma grazie ai progetti d’archivio abbiamo continuato a organizzare il materiale passato tra le mie mani che ora è custodito nella Biblioteca del Congresso.

EP: Ci può parlare di come nei suoi progetti riesce a formattare il contenuto per quanto riguarda la narrazione della storia e la memoria?
TH:
Certo. Voglio parlare di diversi progetti perché utilizzo mezzi materiali in modo diverso, la forma incontra il contenuto in vari modi. Per esempio nel progetto con le foto “Hall of Reflections” (ndt. “La Stanza delle Riflessioni”) l’idea della riflessione è diventata l’elemento  centrale del lavoro; si trattava delle riflessioni sul passato, su storie e ricordi degli immigrati iraniani negli Stati Uniti. Quindi questa riflessione si è prestata a usare la memoria non solo per riflettere sul passato ma anche per riflettere sull’ambientazione attuale in cui sono collocati gli oggetti stessi. Si trattava della giustapposizione tra qui e là, tra passato e presente. Il lavoro risultava evocativo anche se non si relazionava direttamente alle fotografie e anche se il pubblico non era iraniano. Vedevi te stesso all’interno dello specchio e si creava una relazione tra questo e quello, tra il pubblico, le fotografie e la comunità.

 

Taraneh Hemami, Avaar, Hall of Reflections, installation at Ag Galerie (Tehran), 2016

Taraneh Hemami, Avaar, Hall of Reflections, installation at Ag Galerie (Tehran), May 14 – July 5, 2016.

 

EP: Può dirci qualcosa di più sulla sua esperienza nei progetti collettivi? Perché vedo sul suo sito web che ha realizzato molti progetti collettivi con persone differenti.
TH: 
Questo è diventato davvero centrale nel mio lavoro: creare uno spazio di dialogo e conversazione. Molto spesso il mio lavoro prevede la partecipazione di gruppi più ampi e il coinvolgimento del publico al quale è richiesto di portare materiali, storie e desideri.

 

Taraneh Hemami, One Voice (Yekseda), Now Hear This! An Exercise in Listening, Montalvo Arts Center, 2017.

Taraneh Hemami, One Voice (Yekseda), polished stainless steel, Montalvo Arts Center (Saratoga, California, Us), 2017.

 

Ho realizzato molti progetti in cui le persone erano invitate a condividere i loro ricordi e le idee, ma quelli a me più cari sono stati i progetti in cui ho invitato altri pensatori creativi, artisti, performer, scrittori e studiosi a riunirsi per conversazioni su argomenti particolari. La storia è al centro del mio pensiero ed è il centro della mia passione in questo periodo, non solo per rivisitarla ma anche per imparare dal passato per compiere i prossimi passi con una maggiore consapevolezza.

EP: Questo sposta le nostre domande alle altre diverse attività che svolge quali la curatela. Noto che ha realizzato molti progetti curatoriali, come vede l’attività curatoriale? Segue qualche tipo di metodologia per organizzare e curare le mostre? Qual è la sua esperienza nella curatela e nell’attività curatoriale?
TH:
Per me la pratica curatoriale ha sempre fatto parte della mia pratica artistica: sono la stessa cosa. Sono stata molto fortunata a lavorare in maniera collaborativa con vari curatori per portare nell’Area della Baia voci diverse, in particolare voci provenienti dal Medio Oriente e voci di altri artisti iraniani. , dove l’assenza era fortemente sentita. Ho lavorato con numerose organizzazioni sempre in modo collaborativo. L’organizzazione no profit locale Southern Exposure ci ha aiutato a raggruppare un certo numero di pratiche curatoriali e realizzare un comitato di curatori di cui facevo parte. Durante i tre anni in cui ho lavorato con loro ho avuto l’opportunità di creare varie mostre.

 

Tos-fabrications-soex-installation-teahouse

Taraneh Hemami, Theory of Survival: Fabrications, Southern Exposure (San Francisco), September 5 – October 25, 2014.

 

EP: In che modo lo spazio artistico influisce sui suoi progetti, come curatore o artista? Per esempio quando ha avuto una mostra alla Ag Galerie a Teheran, in che modo questo contesto differente ha influenzato il suo progetto? Come pensa che questo contesto abbia modificato il suo progetto?
TH:
Rispondo al luogo in cui lavoro con la mia installazione quindi l’ambientazione diventa davvero importante. I miei interventi sono spesso improntati sul pubblico e sulla storia del luogo in cui mi trovo a lavorare. Il processo è stato davvero fantastico. Creare questo lavoro è stato molto affascinante perché ha richiesto la rivisitazione di un periodo passato ed è riuscito a catturare il tempo come in una capsula. Mi riferisco al periodo immediatamente successivo all’11 Settembre 2001 quando, per “Hall of Reflections”, ho raccolto foto e storie della comunità iraniana. Ho rivisitato quel progetto rifotografando alcuni degli oggetti creati allora e riproducendoli in Iran. Questi sono i ricordi degli iraniani che non si ritrovano più in Iran, nel paese in cui la maggior parte di loro è cresciuta. I loro ricordi sono catturati in quegli oggetti che sono stati riprodotti in Iran e condivisi con il pubblico iraniano. È stato molto significativo per tutte le persone coinvolte nel progetto che non possono tornare indietro. Queste fotografie e memorie che sono diventate un’installazione all’interno della galleria hanno stabilito una connessione con il pubblico. La galleria stessa è distante alcuni isolati da dove sono cresciuta e, tra l’altro, adesso quel quartiere non esiste più. L’installazione si trovava nel cortile della galleria e per entrare nello spazio più scuro della galleria si doveva attraversare il cortile. Nel momento in cui si sollevava la tenda di velluto si veniva trasportati in uno spazio differente, la luce era attenuata e le fotografie che abbiamo scattato erano inserite in una pila di mattoni. Con questo lavoro ho voluto sottolineare come lo stile delle case del vicinato continuasse a subire trasformazioni. Ogni dieci anni sembra che la città di Teheran cambi completamente. Questa esposizione ha rappresentato una riflessione sulla mia storia personale, la mia emigrazione, ma anche sull’esperienza di tutte quelle persone che hanno partecipato a un progetto davvero fantastico per me. Poiché ogni volta che mi riferivo a questo lavoro usavo la lingua persiana, il farsi, mi sono resa conto di come la lingua abbia influenzato la percezione e l’idea del progetto. Quindi il termine persiano “khaneh kharab” descrive chiaramente il mio progetto; non credo di esserne stata pienamente consapevole fin quando non ho iniziato a parlarne utilizzando il persiano. Quindi questo tipo di esperienze hanno aggiunto livelli di lettura del lavoro di cui nemmeno io ero consapevole.

 

Taraneh Hemami, Hall of Reflections (detail), May 14 - July 5, 2016, Ag Galerie (Iran).

Taraneh Hemami, Avaar, Hall of Reflections, installation at Ag Galerie (Tehran), May 14 – July 5, 2016.

 

 

EP: Grazie mille per questa conversazione.

 

611A0509

Taraneh Hemami, People Power, aluminum stencils on mural, Museum of Capitalism (Oakland, California), 2017.

© radicate.eu