Ted Efremoff, La Nuova Scuola del Connecticut

TEdQuesta conversazione presenta il lavoro dell’artista Ted Efremoff, appartenente a quella che il curatore Olu Oguibe definisce La Nuova Scuola del Connecticut. Con questa definizione, Oguibe si riferisce a tutti quegli artisti accomunati dalla volontà di condurre la propria pratica artistica lontano dalle pressioni delle grandi città e di occuparsi di temi quali la sensibilità ambientale e la connessione col luogo e i suoi abitanti. Si tratta di artisti che vivono e che hanno studiano in Connecticut. Oltre a Ted Efremoff, Olu Oguibe ha indicato anche Lani Asuncion e Colin McMullan.

Nato a Mosca in Russia, Ted Efremoff si è trasferito negli Stati Uniti all’età di 16 anni, dove nel 2005 ha conseguito la laurea di secondo livello in discipline artistiche presso l’Università del Connecticut. Artista multidisciplinare, vede nei racconti un modo per viaggiare, metaforicamente e letteralmente, attraverso lo spazio e il tempo. La sua pratica artistica si basa sull’interazione diretta con il pubblico e sull’organizzazione di attività collaborative volte a costruire relazioni cruciali tra le persone.

Con questa conversazione, radicate.eu conclude il ciclo di interviste con gli artisti della Nuova Scuola del Connecticut.

English version here

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Una conversazione con Lani Asuncion
Una conversazione con Colin McMullan



  • Una conversazione con Ted Efremoff

  • Un estratto di due minuti dalla conversazione
  • Crossing the Danube
  • Mother Tongue Trailer
  • The Healing Blues

Tiziana Casapietra: La prima domanda riguarda la scuola del Connecticut di cui mi ha parlato Olu Oguibe. Ovviamente non esiste una vera scuola intesa come istituzione.
Ted Efremoff: Si. Certamente.

TC: Quindi, potrebbe dirmi perché Olu considera lei, Colin e Lani parte della scuola del Connecticut.
TE: Si, prima di tutto Colin, Lani ed io abbiamo frequentato l’Università del Connecticut. Poi Colin ed io abbiamo collaborato nella realizzazione di progetti che coinvolgevano le comunità. In particolare, vorrei citare il lavoro che prevedeva la costruzione di una barca che poi abbiamo fatto navigare per raccontare storie sulla città dove entrambi vivevamo. Quindi credo che per Olu non sia altro che un contesto concettuale. Sono cresciuto a Mosca, in Russia e ho vissuto a Philadelphia gran parte della mia vita. Quando sono venuto all’Università del Connecticut ho davvero apprezzato questa sorta di impegno con la terra. Credo che già quando vivevo in quelle grandi città fossi attratto dalla campagna in qualche modo. Non direi che sono avverso al lavoro nelle città ma sono molto interessato, soprattutto ultimamente, al movimento slow, allo slow-food e alla meditazione; in particolare mi interessa la capacità di essere presente nel mondo senza sentirmi tirato in tutte le direzioni dalle tecnologie e da cose di quel tipo.

TC: Come riesce a farlo? Vorrei fare lo stesso ma a volte sento la pressione dei nostri tempi in continuo e rapido cambiamento, basta osservare dinamiche geopolitiche e migrazioni, cambiamenti climatici e crescita esponenziale delle tecnologie. È difficile, come possiamo rallentare?
TE:
Sono d’accordo, penso però che siamo animali molto intelligenti.

TC: Non lo so.
TE: Per esempio, gli esseri umani sono stati in grado di utilizzare le risorse della terra più di qualsiasi altra specie di questo pianeta. Siamo in grado di scoprire cosa sia importante per noi e, una volta individuato, siamo capaci di trovarlo e raccoglierlo.
Cresciamo e ci espandiamo rapidamente, usiamo le risorse velocemente e questo ci permette di espanderci ma non siamo abbastanza intelligenti da capire l’entità del nostro impatto sul pianeta e su noi stessi. Credo ci sia una certa quantità di informazioni che possiamo elaborare senza “fondere”; normalmente questo limite può essere rappresentato da due persone che ci parlano contemporaneamente. Ma se ci sono tre persone a parlare contemporaneamente si inizia già a perdere la concentrazione. E ora con tutte queste tecnologie che abbiamo inventato siamo saturi di informazioni.  Io riesco a sentire questo sovraccarico di informazioni fisicamente, posso sentire nel mio corpo quando sono sovraccarico o quando sono in pace. Quindi trovo molto invitante contrastare questa cultura del sovraccarico che percepisco a livello di energia.

TC: Vuole condividere con noi qualcosa riguardo il suo lavoro, il suo approccio all’arte e magari i progetti a cui sta lavorando ora?
TE: Si, ci sono due progetti di cui vorrei parlare. Uno si chiama “The Healing Blues” (NdT. Il Blues Curativo) e l’altro “Mother Tongue” (NdT. Madrelingua). Fino al 2004 ho fatto il pittore, ho dipinto paesaggi naturali e paesaggi urbani e cose di questo tipo; alcuni dipinti erano quasi astratti.
Poi sono venuto all’Università del Connecticut per frequentare corsi di specializzazione e ho iniziato a interessarmi alla sperimentazione. In quel periodo per mantenermi facevo il falegname, costruivo cose. Così anche nel mio lavoro artistico ho cominciato a costruire ambientazioni in cui installavo video e con cui le persone interagivano. Si trattava di un lavoro sul tribalismo e il territorialismo. Mi sono reso conto che benché l’uomo sia un animale intelligente, non si è evoluto rispetto ai suoi impulsi  tribali e territoriali. In questa occasione ho scoperto che è molto interessante per me lavorare in questo modo sperimentale, coinvolgendo le persone alle loro condizioni. Così a quel punto ho deciso che i media non avrebbero più influenzato il mio modo di lavorare, sia che si trattasse di video, performance o qualsiasi altra cosa. Mi sento libero di lavorare in ogni modo possibile.
Posso scrivere le istruzioni per  una performance, girare un video, realizzare un’installazione. Quello che penso rimbalza nella mia testa e prende forma in modi differenti ed è molto liberatorio per me. I miei ultimi lavori riguardano le pratiche sociali e mi piace davvero coinvolgere le persone; in particolare, trovo interessante coinvolgere le comunità che sono in qualche modo emarginate. Comunità che sono oppresse oppure emarginate. Quando ho realizzato il progetto “The Healing Blues”, vivevo a Greensboro nella Carolina del Nord, nella regione del Piedmont, negli Stati Uniti.
Li c’è un certo tipo di blues chiamato il Piedmont blues ed è un po’ diverso dal Mississippi Delta blues. Il Mississipi Delta è più isolato mentre il Piedmont ha altre influenze. Altre tipologie musicali americane hanno influenzato quell’area. Ci sono festival dedicati al vecchio blues e per promuoverli hanno chiesto agli artisti di creare opere che riguardassero il blues.
Al tempo collaboravo con l’organizzazione “Interactive Resource Center” a Greensboro, Carolina del Nord, che aiuta i senzatetto. Si tratta di un centro diurno e sono davvero in gamba perché propongono una grande varietà di programmi, tutti interessanti. Per esempio tengono un laboratorio di scrittura per le persone senza fissa dimora, hanno un giornale che gli stessi senzatetto portano a coloro che vivono nelle strade. Ci sono gruppi d’artisti che coinvolgono artisti senzatetto e i fondi ricavati dalla vendita delle opere tornano al gruppo e vengono utilizzati per acquistare materiali. È un centro davvero innovativo. Ho capito che chi sperimenta davvero il blues a Greensboro, nella Carolina del Nord, è questa comunità di persone senza fissa dimora.  È stata questa consapevolezza ad alimentare la mia idea di portare musicisti blues a lavorare con i senzatetto; insieme hanno scritto una canzone di cui, sia gli uni sia gli altri, detengono il copyright in qualità di coautori. Abbiamo creato un album che vendiamo per raccogliere fondi destinati all’ “Interactive Resource Center”.
C’è un museo molto interessante a Greensboro che si chiama “Elsewhere Museum” ed è un spazio dedicato alla pratica sociale dove organizziamo incontri tra musicisti blues e senzatetto, invitandoli a conoscersi e scrivere canzoni insieme. Ho coinvolto anche un mio collega, il musicista Dave Fox, con cui ero al college di Greensboro. Ha prodotto le canzoni e un album intitolato “The Healing Blues CD”. Il cantastorie è un senzatetto. Per realizzare questo album abbiamo avuto una serie di incontri all’IRC. La mia idea originale prevedeva che nessuno venisse pagato, ma durante i nostri incontri il ragazzo che faceva il cantastorie disse che gli sarebbe piaciuto essere pagato “vorrei 25 dollari per la mia storia”. Così il direttore dell’IRC al tempo disse: “Bene, vorremmo che tu utilizzassi la maggior parte del ricavato di questo progetto per i senzatetto”. Cosi abbiamo deciso di dare la metà del ricavato all’organizzazione e l’altra metà ai cantastorie. Alla fine hanno ricevuto circa 300 dollari per la loro storia e per il copyright dell’album. L’album è poi stato prodotto e nell’ultimo anno e mezzo circa è stato anche venduto e questo è molto interessante. Il secondo progetto su cui sono impegnato si chiama “Mother Tongue”.

TC: Qual è la sua lingua madre?
TE: Il russo.

TC: Quindi lei è bilingue.
TE: Si, in realtà mia nonna è un’americana immigrata in Russia negli anni ’30 dove si è poi sposata ed è rimasta per cinquanta anni. Io sono cresciuto in Russia, posso dire di aver imparato il russo e l’inglese contemporaneamente. Abbiamo vissuto in Unione Sovietica e, all’interno di questo territorio, abbiamo viaggiato molto. Siamo stati in Crimea, in Georgia e in Estonia. Non potevamo lasciare i confini dell’Unione Sovietica. Da quando il Muro è caduto — vivo in America adesso — mi sono interessato all’esplorazione dell’Est europeo. Ho viaggiato molto in Serbia, in Bulgaria, in Repubblica Ceca, in Slovacchia e in altri paesi. Mi interessa molto anche la lingua che è leggermente differente ovunque io vada. Sono anche stato in una residenza per artisti in Bulgaria, in una città chiamata Oryahovo. Oryahovo rimane su una collina da cui si può vedere oltre il fiume Danubio fino alla Romania. A un certo punto durante questa residenza ho pensato che gran parte del mio lavoro ha a che fare con le frontiere e con questa sorta di natura territoriale che possediamo. Così ho pensato che sarebbe stato interessante attraversare queste frontiere e, poiché il Danubio è una frontiera flessibile, mi è venuta l’idea di attraversalo a nuoto. E così ho realizzato questo lavoro intitolato “Crossing the Danube” (NdT. Attraversare il Danubio) per il quale ho nuotato attraversando il Danubio dalla Romania alla Bulgaria. È un lavoro che presta particolare attenzione ai bulgari perché questa è effettivamente la direzione da cui originariamente provennero le loro tribù. Queste tribù arrivarono dal sud, attraversando il Danubio fino alla Bulgaria dove poi si stabilirono. Grazie a quel lavoro, intitolato “Crossing the Danube”, ho iniziato a capire come il Danubio rappresentasse la divisione, una divisione culturale e geografica, oltre che una frontiera naturale.
Un’altra volta mentre stavo insegnando in Germania, sono dovuto tornare alla residenza di Oryahovo. Poiché il Danubio inizia in Germania ho pensato di arrivarci attraverso il fiume ed è stato così che mi è venuta l’idea per il progetto “Mother Tongue”.
Ho viaggiato lungo il Danubio utilizzando tutte le forme di trasporto marittimo. Dalla Foresta Nera in Germania sono arrivato al delta del fiume tra l’Ucraina e la Romania. Ho intervistato persone in ogni paese, avevo con me un registratore audio e a ogni persona ho chiesto di parlarmi del fiume e dei loro vicini al di là del fiume. Per esempio ad un agricoltore in Ungheria chiesi di parlarmi degli austriaci, dei serbi e degli slovacchi. Chiesi anche come si sentivano rispetto alle frontiere in generale e alla possibilità di non averle.

TC: Si, è una questione attualissima.
TE: Quando iniziai il progetto, tre o quattro anni fa, tutti dicevano “Beh siamo nello spazio Schengen, non ci sono più frontiere; possiamo viaggiare dove vogliamo”. Ma poi con la recente guerra in Siria ad esempio, molti di questi paesi stanno rinforzando le loro frontiere.

TC: È una situazione abbastanza triste ora in tutto il mondo, ma in Europa è persino peggio ed è molto triste.
TE: Si, penso che ci siano due principali posizioni al riguardo. C’è chi si domanda perché dobbiamo chiudere le nostre frontiere visto che queste persone stanno attraversando un momento di difficoltà e sarebbe nostro dovere aiutarle. Altri sostengono che queste persone potrebbero farci del male e che ci si debba proteggere.
Con il materiale raccolto ho realizzato un video che descrive il Danubio per circa un’ora, dall’inizio fino alla fine, ogni paese ha dai 5 ai 7 minuti. Mostra solo fiume e il suo ambiente circostante e di sottofondo c’è l’audio con le parole delle persone che parlano di questi argomenti. Quando iniziai il progetto le persone parlavano dello spazio Schengen e dell’apertura che rappresentava; più recentemente sono stato in Ungheria per finire il montaggio del video e ho sentito tutti questi discorsi sui partiti di destra che vogliono chiudere le frontiere.
Questo è quindi il secondo progetto di cui le parlo.

TC: Se desiderasse aggiungere qualcos’altro alla nostra conversazione si senta libero di farlo.
TE:  Posso ribadire il fatto che benché siamo creature molto intelligenti, in grado adattare il mondo ai bisogni e ai desideri degli esseri umani, non siamo abbastanza intelligenti da capire la portata del danno causato dalle nostre azioni. Credo che la nostra stessa natura tribale e territoriale ci impedisca di evolverci come gruppo e di prestare attenzione agli altri esseri viventi con cui ci è dato vivere su questo pianeta.
Credo che l’umanità debba evolversi e superare i propri impulsi che la portano a proteggere unicamente il suo gruppo; in questo modo stiamo effettivamente distruggendo il pianeta in cui viviamo.
Sto pensando di fare un altro progetto a Roma, vorrei dare delle videocamere ai rifugiati che vivono a Roma e vorrei che creassero una sorta di guida. Vorrei creare una guida fatta dai rifugiati per i rifugiati su come muoversi nella città di Roma. Tra l’altro mi pare che Roma sia stata fondata proprio da rifugiati e ci sono così tante strutture architettoniche che sono un chiaro riferimento alle guerre, alla schiavitù e al dislocamento, come ad esempio la Colonna Traiana.

TC: Mi faccia sapere se viene cosi posso venire a incontrarla.
TE: Si, sarebbe fantastico.

TC: Ted grazie per questa conversazione, è stata molto interessante.
TE: Grazie a lei.

 

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