Vincenzo de Bellis, Direttore artistico, MIART, Milano 2015

Vincenzo de Bellis, Artistic Director of the MiArt — Milan International Modern and Contemporary Art Fair.Vincenzo de Bellis, nato nel 1977 a Putignano (Bari), è Direttore Artistico di Miart, Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Milano dal 2012. De Bellis è Co-Direttore e Curatore di Peep-Hole, un centro d’arte contemporanea che ha fondato nel 2009 a Milano con Bruna Roccasalva e Anna Daneri. Nell’ambito della collaborazione tra Miart e la Fondazione Nicola Trussardi ha coprodotto e co-curato con Massimiliano Gioni i progetti Liberi Tutti (2013) e Cine Dreams (2014). Nei prossimi mesi curerà la mostra di Betty Woodman al Museo Marino Marini di Firenze e all’ICA – Institute of Contemporary Art di Londra e una grande collettiva sull’arte Italiana intitolata Ennesima, una mostra di sette mostre sull’arte Italiana presso la Triennale di Milano. De Bellis ha ottenuto il Master of Arts in Curatorial Studies presso il Center For Curatorial Studies, Bard College, Annandale-on-Hudson, NY.

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Una conversazione con Vincenzo de Bellis, Direttore artistico di MiArt, Milano

Intervista telefonica del 20 agosto 2015

Michela Alessandrini: Partiamo dalla tua esperienza, che si è sviluppata tra istituzionale – alla Gamec di Bergamo e al Museion di Bolzano prima e poi in un’istituzione no profit di natura ibrida quale è Peep-Hole a Milano – e “commerciale” – con le ultime tre edizioni di Miart. Hai affrontato, quindi, la questione “arte contemporanea” da più punti di vista e settori. Qual è la tua strategia curatoriale? Su che cosa ti piace concentrarti? Quali le risorse su cui puntare in Italia, a tuo avviso?
Vincenzo de Bellis: Effettivamente ho maturato esperienze di diversa natura, anche se tutte accumunate da un interesse profondo per la sperimentazione istituzionale. Sin dagli studi al Centro di Studi Curatoriali del Bard College, preferisco considerare il curatore non solo come un organizzatore di mostre ma come un professionista che metta in questione il ruolo e la natura dell’istituzione e sappia definirla e adattarla al contemporaneo. Dopo la formazione, essenziale, come assistente curatore alla Gamec e al Museion, tutte le mie esperienze si sono attenute a questa logica.
La stessa co-fondazione di Peep-Hole è stata in prospettiva istituzionale, perché in Italia spazi no profit di quel tipo non sono mai esistiti – ad eccezione di Viafarini, che però si sviluppava su basi e intenti profondamente diversi. Peep-Hole è uno spazio nato dalla volontà di persone fisiche che si muove, però, su logiche profondamente istituzionali: è una project room museale senza museo intorno, a livello di programmazione e anche di gestione. Questo perché è uno spazio fisico, non un collettivo curatoriale.
Quando sono arrivato alla direzione artistica di Miart, ho accettato la sfida di riconfigurare la fiera per rimetterla in carreggiata e, allo stesso tempo, renderla un’istituzione milanese. Ho dimostrato che questo è possibile, pur nella consapevolezza che una fiera debba restare una fiera, quindi un evento privato e con fini commerciali. L’ho pensata come se fosse un’agenzia in grado di favorire la confluenza di un numero importante di esperti del settore a Milano, potenzialmente interessati a tutte le iniziative culturali che la città offre. Miart crea così una connessione tra realtà pubbliche e private. Qualcosa del genere mancava in città.
Per quanto riguarda la situazione italiana, mi sembra evidente che sia in un momento molto complesso e la ragione più grande è la mancanza di risorse economiche dal settore pubblico. Credo fermamente che non si possano considerare i musei come prima della crisi. Bisogna ammetterlo: i soldi servono a molti altri settori prima che a quello culturale, in Italia, ed è normale che quest’ultimo sia meno finanziato visto il suo porsi come mondo per pochi. L’arte ha un valore collettivo che molto spesso non viene gestito come tale, e questo è controproducente. Si tende ad allontanare il pubblico più che ad avvicinarlo e questo fa sì che l’arte non sia parte dell’urgenza sociale che viviamo. I musei, purtroppo, risentono negativamente di questa scelta.
Detto questo, invece di piangerci addosso, dovremmo sviluppare nuove possibilità. Per esempio, facendo quello che, negli altri paesi, avviene già da tempo: ovvero congiungere pubblico e privato. Realtà come la Fondazione Prada o l’Hangar Bicocca testimoniano che istituzioni completamente private possano avere una missione pubblica e con eccellenti risultati. Anche nel nostro piccolo, sono sei anni che riusciamo a tenere in vita Peep-Hole e, devo dire, in ottima salute, senza aver mai richiesto alcun contributo pubblico. Questo garantisce una sana distanza da alcune problematiche economiche pubbliche.

MA: Anche da una certa ingerenza politica, direi.
VdB: Certamente! È ovvio che questa integrazione dovrebbe andare di pari passo a un rinnovamento a livello dirigenziale, curatoriale: se l’arte contemporanea è, come io credo, generazionale, allora è logico che così come si rinnovano le generazioni di artisti, si debbano rinnovare quelle dei curatori e direttori di museo. Molte istituzioni pubbliche in Italia sono già supportate da privati per sopravvivere, solo non alla luce del sole. Se lo ammettessero, si eviterebbero molte complicazioni a favore di una certa onestà intellettuale di cui il paese ha bisogno. Mi sembra necessario che si cominci ad accettare che pubblico e privato si mescolino, se si vuole evitare che le istituzioni muoiano o diventino succursali delle gallerie.

MA: Verso quale tipo di privato si dovrebbe andare allora, secondo te?
VdB: Si dovrebbe fare come quei musei che sono diventati fondazioni, quindi hanno consigli di amministrazione, come la Gamec, che è stata una delle prime ad adottare questo sistema, Museion a Bolzano o il Mart di Rovereto. Oppure andare verso sponsor istituzionali: ce ne sono diversi in ogni città e regione.

MA: Mi parli un po’ del Protocollo d’intesa tra il MIBACT e il Comitato Fondazioni Arte Contemporanea e del relativo steering committee di cui fai parte per la sezione Direzione generale arte, architettura contemporanea e periferie urbane?
VdB: Posso dirne ben poco perché non c’è stata ancora nessuna riunione. Ce ne sarà una dopo la metà di settembre. Il ruolo della commissione è, comunque, quello di vagliare i progetti frutto della collaborazione tra il Ministero e il Comitato delle Fondazioni.

MA: Sei stato nominato direttore artistico anche dell’edizione 2016 di Miart lo scorso giugno. Quali sono le modifiche che desideri apportare e quali le caratteristiche da confermare rispetto alle edizioni di cui ti sei già occupato in passato? Che cosa puoi anticipare?
VdB: La lista delle gallerie partecipanti, che è sempre la vera novità di ogni fiera, verrà annunciata come da prassi solo all’inizio del 2016 e la fiera si svolgerà ad aprile. Essendo la qualità di Miart – e, a mio avviso, di ogni fiera ­– basata su questa selezione, molto dipenderà dalle gallerie che esporranno. Io posso sicuramente dire che ci aspettiamo una crescita non numerica ma qualitativa. Miart adesso ha degli standard qualitativi molto alti. Come negli ultimi tre anni, non ci saranno più di 150-160 gallerie, che mi sembra un numero ragionevole.
Una novità che posso anticipare è che ci sarà una sezione debuttante, chiamata Decades, a cura di Alberto Salvadori: alcune gallerie italiane e internazionali verranno invitate a presentare progetti legati alle diverse decadi del Novecento in Italia e altrove. Non necessariamente tutte le decadi verranno coperte ma ogni galleria si occuperà di una di esse.
Sono convinto che le gallerie siano delle grandi produttrici di significati e, soprattutto in Italia, hanno avuto e hanno un ruolo molto importante per l’arte – solo per citare un esempio, la prima grande mostra dell’ultimo grande movimento artistico italiano, l’Arte Povera, si è tenuta presso la Galleria La Bertesca di Genova nel 1967. Decades vuole insistere sull’importanza della produzione artistica di tutto il Novecento, specie quella italiana che è attualmente soggetta a un’importante e giusta rivalutazione. Uno dei nostri obiettivi è, quindi, celebrare il ruolo dell’arte del nostro paese e quello delle gallerie nel sostenerla, promuoverla e diffonderla.

MA: Mi sembra che questo renda Miart unica rispetto ad altre fiere: la volontà di ripensare un patrimonio esistente.
VdB: Esatto. In generale, negli ultimi anni questo è stato uno dei miei interessi principali. Prendiamo l’esempio di Peep-Hole: tutti credono che la programmazione sia principalmente volta all’internazionale, ed è sicuramente vero. Ma è vero pure che ­– e solo in pochi se ne rendono conto – uno o due artisti ogni quattro mostre all’anno sono italiani.
Quando mi sono creato la possibilità di lavorare in modo indipendente, ero convinto che uno dei doveri di un curatore fosse sostenere l’arte del contesto nel quale lavora o da cui ha avuto origine. Ora, ci sono vari modi di sostenere l’arte italiana: per me sostenerla attraverso un programma di mostre di solo artisti italiani, ha il grave problema di  ghettizzarli e pur pensando di fare del bene in realtà si finisce per essere provinciali. Penso che inserirli in una programmazione internazionale – che è quello che, appunto, scegliamo noi – sia un approccio che garantisce una migliore visibilità e diffusione.
Anche per Miart, ho deciso di partire dal territorio. Essendo questa una fiera d’arte moderna e contemporanea, non può prescindere dalla sua città – riconosciuta in tutto il mondo come la città di Piero Manzoni e Lucio Fontana, o anche come la patria dell’architettura e del design degli ultimi cinquant’anni. Abbiamo tantissimo da mostrare e molto è ancora nei “magazzini” delle gallerie storiche. Invece di aspettare che vengano  a prendere queste opere per esporle all’estero, vogliamo provare a mostrarle qui nel loro contesto. Ed è possibile farlo a un ottimo livello solo se si lavora guardando all’internazionale. Questo è l’obiettivo che cerco di pormi con Miart come direttore artistico ma anche come curatore: per esempio con una grande mostra come Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana che curerò per la Triennale di Milano (26 Novembre 2015 – 6 marzo 2016) e che propone una lettura dell’arte italiana dagli anni Sessanta a oggi attraverso sette formati espositivi differenti, con l’intento di raccontare sempre una storia solo parziale, l’unica davvero possibile.

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